Un'immagine di Titane
Un'immagine di Titane

di DAMIANO PANATTONI - La violenza al cinema non è mai stata un problema. Ma, vedendo Titane di Julia Ducornau (1 ottobre in sala), è stato oggettivamente difficile restare coscienti davanti il dolore fisico ed emotivo provato dalla sua protagonista, Alexia, interpretata da Agathe Rousselle, capace di alternare – senza mai sovrapporli – il disgusto alla tenerezza. Ci si stringono le budella, ogni tanto chiudiamo un occhio, le fitte sono a tratti insopportabili e sentiamo un certo stridio nel vederla “in dolce attesa” di… un’automobile. Tanto che ci frulla una domanda: ma assorbire tutto questo dolore è davvero utile? Le risposte sono molteplici e soggettive, dunque torniamo al punto: sì, avete capito bene, Alexia, che ha una placca titanica impiantata nel cranio, riesce a provare una sorta di attrazione fisica e perversa solo verso le macchine.

Di lei sappiamo poco, quasi nulla: da piccola ha sbattuto la testa in auto (ecco il motivo del titanio sulla tempia) e pare rifiutare qualsiasi rapporto umano, genitori compresi. Non solo, freddamente e brutalmente uccide chi prova ad avvicinarsi troppo. Quando la polizia è sulle sue tracce decide diabolicamente di radersi i capelli, fasciarsi la pancia gravida e il senso con un nastro (ahia!) e assumere l’identità di Adrien, ragazzo scomparso anni prima e figlio del pompiere Vincent (Vincent Lindon), anch’esso con notevoli ed ingombranti problemi. Qui, dopo una possente ora dominata dal gore, la regista di Raw – Una Cruda Verità (altro bagno di sangue) in parte vira i toni e le inflessioni, rendendo il Titane una sorta di storia d’affetto tra due anime irrimediabilmente distrutte: una psicopatica mutaforma e disfunzionale e un pompiere che ha perso tutto.

Ma certamente Titane, che non intende in alcun modo essere un film facile e digeribile – anzi – è anche un’opera che si prefigge la missione sempre più complicata di essere narrativamente libero nello shockare e sbrinare il pubblico che, di certo, non può restare indifferente davanti alla carnosità strabordante e vibrante messa in scena dalla regista che, tra applausi e qualche fischio, ha vinto la Palma d’Oro a Cannes 74. Il viaggio di Titane, tosto e oscuro, è anche il pretesto simbolico e metafilmico di raccontare – con un pizzico di egocentrismo artistico – una certa metamorfosi contemporanea ormai distaccatasi anche dal postmodernismo che ha dominato le scene artistiche fino a una manciata di anni fa.

Julia Ducornau, senza inventarsi granché (del resto il rapporto uomo-macchina non è materia nuova), spiega quanto il mondo moderno sia dominato da una realtà che insegue l’ibrido e l’organico, fondendo insieme materiale opposto e contrario. Questo, in due ore, fa la pellicola di Julia Ducornau, cosciente e consapevole di aver mantenuto l’onestà intellettuale di voler davvero sconvolgere visivamente e concettualmente la platea, senza accontentarlo né tanto meno consolarlo. Titane nella sua brutalità densa e intimidatoria, è uno di quei film che resta appiccicato addosso, anche dopo giorni. Proprio come l’olio nero di un motore.

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