Milano, 1 luglio 2018 - Scrivere  di sé e delle persone care, per raccontare, con il pudore della sincerità, questioni che riguardano un po’ tutti. E fornire, proprio in tempi di smarrimento e di crisi, testimonianze dense di memorie e ricerca d’identità. Lo fa molto bene Pietro Ichino in “La casa nella pineta - Storia di una famiglia borghese del Novecento”, Giunti. La casa è in Versilia, dove fin dai primi del Novecento le famiglie Pellizzi e Ichino trascorrono i mesi delle vacanze, tra affetti (i cugini Pontecorvo, Sereni, Ascarelli e Sraffa-Tivoli: studiosi che segneranno la grande cultura europea), feste, discussioni d’arte e letteratura. Giochi, nell’allegro passaggio di testimone tra generazioni.

E un lessico famigliare che rimanda a valori forti di solidarietà e responsabilità. Un incontro con don Lorenzo Milani, il priore di Barbiana attento alla “Chiesa dei poveri”, nel 1959, segnerà per sempre Pietro, allora bambino: accennando al benessere della casa milanese e di quella tenuta versiliana, il sacerdote sentenzia: “Per tutto questo ancora non sei in colpa, ma dai ventun anni, se non restituisci tutto, incomincia a essere peccato”. Nasce da qui l’idea del “dovere della restituzione”: l’impegno politico (deputato per il Pci), la difesa dei lavoratori più deboli, da avvocato della Cgil e poi un solido riformismo per affrontare i problemi dell’economia e del lavoro, proponendo soluzioni che migliorino la vita, non sogni ideologici. Cultura e buona politica. Con un’idea chiara della responsabilità di un’élite: lo sguardo lungo e generoso sull’interesse generale. C’è un’altra casa in Versilia, di cui dare conto. Quella in cui si rifugia Cesare Garboli, critico di straordinaria elegante intensità, nel maggio 1978, all’indomani dell’assassinio di Aldo Moro, per sfuggire alla cupezza romana degli “anni di piombo” e coltivare la passione per la letteratura. Ne fa un’affettuosa eppur severa rievocazione Rosetta Loy in un libro essenziale fin dal titolo, “Cesare”, Einaudi: una storia d’amore, un incrocio d’intelligenze, un’idea lucida sui doveri del mestiere di scrivere: fare emergere e tramandare bellezza e civiltà. 

Mai semplice, il ricordare, tra scarne felicità e dolorose inquietudini. In “L’estate del ‘78”, Sellerio, Roberto Alajmo, uomo di scrittura e teatro, fa i conti con la figura della madre Elena, partendo proprio dall’ultimo incontro, nel luglio vigilia d’esami di maturità. Ritratto d’una donna “che voleva afferrare il mondo, e il mondo le scappava dalle dita”, sino al volontario “destino penoso”. Disagio familiare, tra silenzi e malattie. Ma anche un gran bisogno d’amore, con il peso dell’essere figlio (guardare la madre per ritrovarsi in lei) e della responsabilità dell’essere padre, d’un piccolo Arturo cui alleviare, per come si può, la scommessa incerta dell’equilibro nel diventare adulto. Emozioni forti. E una piccola dose d’ironia, in sapiente mescolanza.