Venezia – La storia di Alem Saidy, un ragazzo di 29 anni fuggito dall'Afghanistan quando ne aveva 16, andrebbe letta nelle scuole. Anzitutto perché Alem, che ha anche un fratello capo talebano a Kabul, è oggi un cittadino italiano, con un lavoro, una casa, una moglie e due bimbe in età da asilo nido. E poi perché lui era arrivato in Italia a un passo dalla morte. E qui è risorto. Complice il destino sì, e il cuore di un'infermiera, che gli ha salvato la vita, proprio come Catherine Barkley con Hemingway, in “Addio alle armi”, in riva al Piave. Ma prima di scoprire cosa si dicano al telefono Alem e il fratello talebano Imam, vale la pena di ascoltare la storia dall'inizio.

Alem Saidy a 16 anni nei giorni della sua fuga verso l'Europa

Il ragazzo surgelato

Mancano dieci giorni al Natale del 2008, quando un camion di arance congelate in arrivo da Patrasso si ferma a Cessalto, in provincia di Treviso. L'autista ha sentito dei rumori dal container e decide di controllare. Sul Tir, al primo posto di check-in greco erano già stati trovati e arrestati nove giovani afghani. Ma Alem si era nascosto bene in fondo alla cella frigorifera, sotto una montagna di agrumi, con due paia di pantaloni e due maglioni addosso, riuscendo a eludere i controlli e a partire verso l'Italia, unico del gruppo. Quando quel 15 dicembre a Cessalto, l'autista sente un lamento dal retro, si ferma, e apre il cassone. In fondo scova Alem, bianco come la neve, ormai sull'orlo dell'ipotermia. Chiama la polizia e gli agenti lo portano, svenuto e in fin di vita, all'ospedale di San Donà di Piave.

Come Hemingway

“Di quei giorni ricordo solo di essermi svegliato tante volte sotto le lenzuola pulite”, dice Alem (nella foto sotto, oggi). “Un'infermiera mi carezzava i capelli e io continuavo a perdere i sensi”. Andrà così fino a quando il sedicenne, partito da Peshawar in Pakistan tre mesi prima, sarà fuori pericolo. L'infermiera si chiama Patrizia e vive in una famiglia del posto con la madre e il padre Gianpaolo Gianni. Quando il ragazzo uscirà dall'ospedale, quindici giorni dopo, il nucleo deciderà subito di ospitarlo ospitarlo e, qualche tempo dopo, di tenerlo in casa come quarto figlio. Oggi Alem lavora in un'azienda di Cessalto, poco distante da dove era arrivato e, dopo aver vissuto per 6 anni con la famiglia Gianni (“a cui devo tutto”), ora abita con la moglie e le due bambine in una casa di sua proprietà.

Alem Saidy oggi nel suo giardino in riva al Piave

Il fratello e la madrassa

“Sono nato nel '92 a Jalez – racconta - 45 chilometri da Kabul, in una famiglia di etnia tagika e di religione islamica. Padre, madre, tre sorelle e sei fratelli. Tra questi ultimi, uno che fin da piccolo era considerato intrattabile”. Carattere difficile e ribelle insomma, ragion per cui il padre decise presto di mandarlo a una scuola coranica. Un po' come da noi accadeva per il collegio, una volta, con i figli complicati. L'idea era di renderlo educato, il risultato è stato creare un talebano. Mio fratello Imam oggi è un comandante militare con sessanta mujaheddin al seguito, uno di quelli che hanno preso Kabul a ferragosto. 

La telefonata a Kabul

"Ha un ruolo importante – dice Alem – ma ci siamo sentiti solo una volta, tramite la app Viber, volevo essere rassicurato su mia madre e le mie sorelle che sono rimaste nella capitale”. In quell'occasione, Imam ha ammesso a suo fratello di non aver ben capito nemmeno lui cosa sia successo davvero. In due o tre anni, spiegava ad Alem, i talebani hanno accumulato un enorme potere e un altrettanto inspiegabile arsenale. L'idea che si è fatto è che molti dei talebani che vivevano in Pakistan si siano spostati di colpo nel Paese, grazie anche all'aiuto della Cina, che ha grandi interessi commerciali. Non a caso, raccontava ancora al fratello, la maggior parte dei militanti entrati a Kabul parlava urdu, il dialetto del Pakistan, e qualcuno anche l'arabo che si parla in Cecenia, Iran e Uzbekistan.

Ogni virgola della shaaria

Imam è uno dei pochi tagiki confusi nella maggioranza pashtun che ha preso le redini dell'Afghanistan: ma ha sposato ogni virgola della shaaria. Da sempre sua moglie e la figlia, che ormai ha sette anni, sono chiuse in casa ed escono solo con lui e con il chador addosso. Ed è proprio questa aderenza all'integralismo lo aveva fatto cacciare di casa dal padre, anni prima. Non a caso, Alem che non ha mai sopportato i Talebani. Già a 4 anni, con l'arrivo degli studenti di teologia a Kabul nel '96, era andato in Pakistan con la famiglia. Poi tutti erano tornati quando l'Alleanza del Nord, nel 2001, era scesa a prendersi il Palazzo presidenziale al seguito della Nato.

Alem a 16 anni in Pakistan

Torturato a 9 anni con l'elettricità

“Tutto – racconta Alem (nella foto sopra a 16 anni in Pakistan) - è sembrato tranquillo per un po', fino a quando Karzai non ha legittimato i talebani. Nel frattempo mio fratello studiava nella madrassa ed era ormai ingestibile. Ma per noi andava bene, avevamo tanti ettari di terra e coltivavamo mele. Un giorno, dopo che li avevo insultati per strada, a soli nove anni i talebani mi hanno arrestato, rasato e torturato con scosse elettriche. Per due settimane sono stato messo in una prigione sotto terra, dove i topi mangiavano dalla mia scodella prima di me. Mio padre ha pagato un tizio per liberarmi e mi ha rispedito in Pakistan”. E l'idea della fuga ha cominciato a diventare un'ossessione. 

La fuga con i trafficanti

A 12 anni, aggiunge Alem, “sono andato a lavorare in Iran dove ho imparato a fare il falegname, quindi ho raggiunto i miei a Kabul. Quando i talebani ci hanno sparato addosso, ferendo anche mio padre alla testa, siamo di nuovo fuggiti in Pakistan e da lì ho maturato la decisione definitiva di tentare il viaggio impossibile verso l'Europa. A Peshawar tutti ne parlavano come di un paradiso, dove la vita era dolce e tutti erano liberi. Dove c'erano pace e democrazia. Con 1.500 dollari che mi diede mio padre i trafficanti mi hanno portato in Iran in moto. Per la Turchia ho dovuto pagare altri 2.500 dollari. Lì siamo stati dirottati a Patrasso, dove ci aspettava il camion frigorifero di arance. Mi hanno detto che avrei avuto freddo e mi sono imbottito di vestiti”.

Alem a 16 anni durante la fuga in Pakistan

La potenza dei sogni

Da lì è cominciata la strada fino alla vita. “Fino alla vita” è anche il titolo di un libro che Alem (nella foto a destra, oggi) e il padre Gianpaolo hanno scritto insieme e pubblicato la prima edizione, presto esaurita, con Mursia dieci anni fa, raccontando la vicenda. “Ma quando poco più di un mese fa ho visto cadere Kabul in mano ai talebani – ammette – ho provato un grande dolore. Ho pensato a mia madre e alle mie sorelle, e alle tante donne che avevo conosciuto. E che lo avevano perso il futuro. In un giorno. Come in un giorno io lo avevo trovato”. Avere qui mamma e sorelle, un sogno? “Sì, un sogno quasi impossibile. Ma ho imparato che ai sogni non bisogna mai chiudere la porta”.