Le testimonianze dei sopravvissuti all’orrore: "Mio padre ucciso con un colpo alla nuca e gettato in una foiba"

"Volevano portare via anche il mio fratellino. Mamma si buttò in ginocchio: non fatelo, ce ne andiamo"

Antonietta Mannino

Antonietta Mannino

Cinisello Balsamo (Milano), 17 febbraio 2023 –  Antonietta Mannino è un’orfana di guerra e l’unica della sua famiglia dalmata che ha ancora ricordi di quei giorni. "Mio padre è stato infoibato. Noi eravamo tutti italiani e papà era di destra. Ha dovuto lottare, sacrificarsi e purtroppo è stato portato via. Lo hanno messo in carcere e poi buttato giù nel buco".

Un incubo iniziato il primo maggio 1945 a mezzanotte, quando bussano alla porta. "Volevano portare via anche mio fratello piccolo. Mamma si mise in ginocchio, pregò di lasciarlo, disse che volevamo andare via". Dalla Dalmazia alla volta di Trieste, poi a Milano, infine in un campo profughi, "con le camere divise dalle coperte". Prima della partenza, le giornate terribili.

«Mamma andava in galera a portare la schiscetta a papà. Un giorno una signora le disse ‘Non andare, Giovanna, perché un pullman li sta portando via tutti e non si sa dove’. Stavano in catene, in fila, sopra le buche. Avanti il primo, uno sparo alla nuca e poi di seguito gli altri".

In carcere il padre scrive una lettera alla moglie. "Fai attenzione a questi di Tito", le dice. Dopo l’arrivo in Italia, la madre e la sorella di Antonietta trovano lavoro. "Ci siamo rialzati. E oggi, ringraziando Dio, siamo qui a parlarne". Antonietta Mannino e gli altri cinisellesi sopravvissuti alle stragi del ’45 sono tutti residenti a Cinisello Balsamo e hanno portato la loro testimonianza in un convegno al Pertini.

Pierino Buggini in Istria ha perso un nonno. "Quello che è accaduto mi ha segnato. A Pozzo Littorio, località sotto Albona, c’era la famiglia di mio padre, che si era risposato dopo la scomparsa di mamma, anche lei istriana. Una sera si presentano cinque militari del IX Korpus di Tito. La comandante donna di quella pattuglia chiese di mio nonno Ruggero. Noi altri sei stavamo contro la credenza. ‘Dobbiamo interrogarla’, gli dissero. Non l’ho più visto". Lo zio sedicenne, con un amico di scuola, inizia a battere tutta la zona attorno Albona. "Vedono l’imboccatura di una voragine, un paletto col filo spinato. Notano che l’erba è pestata e capiscono che è una foiba. Trovano un paio di occhiali, una cintura su un cespuglio, bossoli di fucile mitragliatore Beretta, anche un sasso sporco di sangue. Capiscono che la buca è piena di salme". Dopo due giorni arrivano i pompieri da Pola con le squadre di minatori: tirano su i primi quattro corpi in mezz’ora. Alla fine saranno più di ottanta.

"Il nostro terrore era che tornassero a prendere anche noi. Pregammo per farci arrivare a Trieste insieme ad altre cinque famiglie: alcuni loro parenti furono annegati, buttati in mare attaccati a massi. Viaggiammo su un carro armato. A Trieste in quaranta giorni di occupazione titina sparirono cinquemila persone".

Anche Cesare Radin è un profugo d’Istria. "Sono del 1937. Tra un mese farò 87 anni, ma mi difendo abbastanza bene. Vivevo in un paesino della zona B: era sotto la Jugoslavia, ma potevano ancora arrivare a Trieste con un permesso speciale. Fino al 1954 avevamo la speranza che anche la nostra zona, insieme alla A, sarebbe diventata italiana. Invece De Gasperi prima e Andreotti dopo firmarono e ratificarono la divisione e cessione dei confini". Cesare è stato nel campo profughi di Padriciano, a ridosso della Slovenia. "Il più importante per numeri, con condizioni di vita mostruose per le famiglie, camere di 16 metri quadrati metri con dentro 8 persone. Ho anche ricordi buoni però: in fin dei conti avevo 18 anni e vivevo i primi amori di gioventù".

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