Il garage davanti al quale il 63enne  Donato Carbone  è stato freddato a sangue freddo
Il garage davanti al quale il 63enne Donato Carbone è stato freddato a sangue freddo

Cernusco sul Naviglio (Milano), 20 novembre 2019 - «Eri il mio bellissimo papà. Chi non ti conosceva bene, non aveva idea di chi eri. Ma io sì. Ti amo, mille volte ti amo». Le parole di Angela Carbone ai funerali, adesso che i carabinieri hanno fatto chiarezza sul mondo in cui è maturato l’omicidio di suo padre Donato, oggi suonano diversamente. L’impresario edile era un usuraio e sarebbe stato ucciso per affari legati alla sua vera attività. A deciderne la morte, il pregiudicato colognese Leonardo La Grassa, presunto referente dei Corleonesi negli anni ’80 a Milano, giò inquisito da Falcone. Per portare a termine il proprio desiderio di vendetta ha arruolato un killer, Edoardo Sabbatino. 

È lui, 58enne del Bresciano, il 16 ottobre scorso ad avere fatto fuoco per 11 volte davanti alla porta del box nell’elegante condominio di via don Milani 17 a Cernusco, dove la vittima abitava con la moglie da anni. Carbone rientrava dalla spesa, ma in tasca aveva mille euro. Una circostanza che aveva insospettito subito gli investigatori. Ma sono state le intercettazioni di familiari e amici a delineare il movente, confermato dagli assegni in bianco ritrovati nell’appartamento al terzo piano del palazzo, prova degli affari illeciti del costruttore. Perché La Grassa abbia deciso che era arrivato il momento di chiudere il conto si capirà dopo l’interrogatorio.

Ma è certo che la ragione dell’assassinio sia da ricercare nei movimenti di dare e avere fra i due. Alla svolta, a un mese dal delitto, i carabinieri del nucleo investigativo di Milano sono arrivati grazie a un’indagine serrata. Decisive, testimonianze e telecamere, a Cernusco, a Cologno, dove era stata ritrovata la macchina usata dall’esecutore, e a Vimodrone lungo il Naviglio, dove invece erano state rinvenute le pistole usate quella sera, una Makarov 8x21 e una Beretta 9x21, con la matricola abrasa. Fondamentale il contributo della vicina di casa a cui l’omicida in fuga dopo la mattanza intimò di aprire il cancello automatico contro il quale non aveva sbattuto per poco. Sabbatino è stato così sgarbato che la donna si è annotata il suo numero di targa, senza sapere che stava raccogliendo un elemento fondamentale per risolvere il caso. Sempre dalle telecamere arriva la conferma della premeditazione, mandante ed esecutore sono stati immortalati nei giorni precedenti il delitto durante i sopralluoghi per mettere a punto il piano. Un altro elemento che li inchioda è il furto della Opel Corsa usata dal killer, a metà settembre nel Bresciano, un mese prima della mattanza, segno che di un rancore covato da tempo. 

A Cernusco ora, che la matassa si dipana e si fa luce sui contorni dell’assassinio, lo sconcerto, se possibile, è ancora maggiore. Carbone, schivo, riservato, era descritto da tutti come un nonno affettuoso, un’immagine che stride con quanto emerge su di lui. Le reazioni di amici e familiari dopo la scoperta del cadavere parlano chiaro: «Sai quanti stanno brindando adesso?». È sempre la figlia Angela a commentare, in caserma, gli investigatori ascoltano, ma lei non lo sa. Sua madre, al corrente degli affari del marito, invece, parla a voce così bassa che non si riesce a distinguerne le parole. Non così per il genero e l’amico dell’impresario preoccupati di mettere al riparo il tesoro accumulato con il secondo lavoro.