Il bar al centro della bufera
Il bar al centro della bufera

Cassano d'Adda (Milano), 28 aprile 2017 - "Ho subito pressioni dall’amministrazione per annullare la multa". È iniziato con la testimonianza dell’allora comandante della polizia locale di Cassano, Flavio Rossio, il processo al Tribunale di Lodi per l’inchiesta Ananasso: imputati il vicesindaco Vittorio Caglio, i funzionari comunali Luigi Villa e Marco Galbusera e il presidente della società Enjoy Tribe, Laurent Colombo, che nel 2013 aveva in gestione l’area del Pignone. Le accuse della Procura sono di abuso d’ufficio per Villa, Galbusera e Caglio (che è anche accusato di estorsione e falso ideologico) ed estorsione continuata per Colombo. Per tutti c’è l’aggravante del reato in concorso. Il caso giudiziario sta tenendo banco a Cassano da settembre 2013, quando il bar venne smantellato nell’area del Pignone, assegnata in gestione tutta l’estate alla società Enjoy Tribe per organizzare attività ricreative.

Il chiosco, gestito da una ambulante di Inzago, Noemi Gaibotti, che ieri si è costituita parte civile, era stato installato sulla spiaggia già a luglio 2013. Dopo poche settimane, era partito un esposto sulla regolarità dell’autorizzazione firmato da una esercente di Groppello. A estate ormai finita, l’allora comandante Flavio Rossio stabilì la non conformità del chiosco e ne prescrisse la rimozione. "Il bar dell’Ananasso non aveva nessuna autorizzazione del Comune - ha detto Rossio -. Allora avevo segnalato il problema al sindaco Maviglia, sull’area del Pignone non potevano esserci attività". Di contro, la posizione dell’ufficio Commercio, che ha sempre sostenuto la regolarità delle autorizzazioni e che annullò a gennaio 2014 i verbali della polizia locale. "A settembre 2013 avevo portato in Comune un mio amico della polizia commerciale di Milano - ha spiegato Rossio -. Volevo spiegare al sindaco che l’amministrazione stava sbagliando. Sarebbe servito un bando per l’assegnazione dello spazio. Invece si scelse di annullare la sanzione. Forse dietro c’era qualche interesse".

Tra le accuse dell’allora comandante anche una mail firmata e retrodatata dal funzionario Marco Galbusera per mettere in regola il chiosco. Nel frattempo, Guardia di finanza e Procura avevano aperto un fascicolo. L’ipotesi accusatoria più pesante riguarda i contributi in denaro che la titolare del chiosco avrebbe versato ai gestori del Pignone per rimanere sull’area. Accuse smentite dagli interessati.