VOCAZIONE per le scienze sociali, spiccata tendenza all’internazionalizzazione, preferenza assoluta per l’interdisciplinarità, connessione a doppio filo con Confindustria. Sono i tratti principali della Luiss Guido Carli, università con sede a Roma, basata su quattro aree disciplinari: management, economia, scienze politiche e giurisprudenza. Dal 2018 il rettore è Andrea Prencipe, professore di organizzazione e innovazione, dieci anni di insegnamento all’estero, che al suo ritorno in Italia ha riversato in nuovi modelli di docenza e ricerca. Partiamo da Confindustria. "C’è una relazione organica. La Luiss è stata fondata da Confindustria e il past president dell’associazione diventa automaticamente presidente della Luiss. Abbiamo tanti eventi in comune ma mi piace sottolineare che l’università è autonoma proprio per scelta di Confindustria". L’origine incide sul modello formativo? "Quello si è sviluppato sulla visione dei padri fondatori. Volevano soprattutto un ateneo di scienze sociali capace di...

VOCAZIONE per le scienze sociali, spiccata tendenza all’internazionalizzazione, preferenza assoluta per l’interdisciplinarità, connessione a doppio filo con Confindustria. Sono i tratti principali della Luiss Guido Carli, università con sede a Roma, basata su quattro aree disciplinari: management, economia, scienze politiche e giurisprudenza. Dal 2018 il rettore è Andrea Prencipe, professore di organizzazione e innovazione, dieci anni di insegnamento all’estero, che al suo ritorno in Italia ha riversato in nuovi modelli di docenza e ricerca.

Partiamo da Confindustria.

"C’è una relazione organica. La Luiss è stata fondata da Confindustria e il past president dell’associazione diventa automaticamente presidente della Luiss. Abbiamo tanti eventi in comune ma mi piace sottolineare che l’università è autonoma proprio per scelta di Confindustria".

L’origine incide sul modello formativo?

"Quello si è sviluppato sulla visione dei padri fondatori. Volevano soprattutto un ateneo di scienze sociali capace di superare gli steccati tra accademia e industria. Tanto è vero che fin dall’inizio il corpo docente comprendeva manager, imprenditori e professionisti".

Il modello è ancora quello?

"Si è evoluto. È più internazionale. Tra i docenti contiamo 15 diverse nazionalità, e abbiamo creato figure innovative, mutuate dal mondo anglosassone, i professor of practice. Sono ex professionisti, manager, consulenti, rappresentanti delle istituzioni che hanno deciso di diventare nostri professori, anche se non sono accademici".

Una formazione molto orientata al lavoro.

"Abbiamo lanciato anche l’idea dell’employability. Offriamo, cioè, non solo preparazione accademica, ma anche una serie di competenze necessarie per affrontare con successo sia i colloqui di lavoro che la carriera. Organizziamo iniziative di apprendimento esperienziale per preparare al meglio gli studenti. Da una parte lavoriamo sulle loro competenze, dall’altra sull’atteggiamento che devono sviluppare".

Cosa vuol dire?

"Abbiamo constatato che molti studenti non sanno contestualizzare le loro conoscenze nella dimensione lavorativa. Magari hanno studiato benissimo analisi di mercato a livello teorico, però poi se qualcuno gli chiede di applicarla non riescono a percepire le variabili rilevanti: quali sono importanti in certi settori e non in altri".

Solo che l’ambito che li dovrebbe accogliere cambia sempre più velocemente.

"Infatti pensiamo che l’educazione debba anticipare il mondo del lavoro, non seguirlo. Le aspettative di vita dei più giovani possono raggiungere anche i cento anni. Di conseguenza la loro carriera sarà molto duratura e quindi dovranno rispecializzarsi in maniera sistematica, perché il tasso di obsolescenza delle conoscenze è particolarmente elevato. Allora che tipo di attrezzi dobbiamo dare agli studenti? Come li aiutiamo a reinventarsi nel mondo del lavoro? Probabilmente avranno bisogno di strumenti diversi".

Per esempio quali?

"Soprattutto metodologici. Noi insegnamo metodi di ricerca. Gli studenti devono sapere analizzare i dati, raccoglierli, interpretarli, sviluppare domande e soluzioni. Abbiamo iniziato a farlo con i numeri della pandemia: come si leggono, come si interrogano? Gli studenti hanno imparato a capire dati quantitativi e qualitativi. Abbiamo attivato un corso sul metodo e in parallelo uno sui contenuti in cui il metodo può essere contestualizzato. Per esempio, nel marketing abbiamo il corso di metodo di ricerca e il corso sul comportamento dei consumatori in cui quell’approccio viene applicato".

Dalla passione che trasmette sembra il suo modello didattico.

"L’abbiamo importato dal mondo anglosassone, dove ho lavorato molti anni. Si sposa con l’idea che i futuri laureati debbano essere sempre curiosi e non solo reattivi al cambiamento. I nostri studenti devono essere imprenditori a prescindere dal corso che frequentano. Essere imprenditori vuol dire saper identificare le opportunità oppure saperle creare. Questo atteggiamento imprenditoriale richiede strumenti e metodi adatti e la Luiss cerca di fornirli ai suoi studenti".

A proposito, quanti sono?

"Contiamo oltre 3.000 matricole all’anno, poco meno di 10mila studenti totali. La selezione avviene con un test di ingresso, da cui in media selezioniamo uno studente su tre. Tra i corsi di laurea particolarmente ambiti ci sono quelli di impresa e management, al 105esimo posto al mondo, e di scienze politiche, tra i top 50".

Quanti sono gli stranieri?

"Negli ultimi anni abbiamo spinto moltissimo sull’internazionalizzazione dell’ateneo. Alla Luiss sono iscritti studenti di oltre 90 nazionalità, e vantiamo più di 300 collaborazioni con università all’estero, oltre a 50 programmi di doppia laurea. Nella nostra visione i futuri laureati affronteranno ambienti di lavoro sempre più multiculturali. Sapranno e dovranno interagire con culture diverse, che vuol dire gestire meglio la propria identità. Nel confronto si impara a conoscersi. Alejandro Portes, studiando le minoranze linguistiche, sosteneva che i portoricani a New York si sentivano più portoricani degli originali".