DAL GRANO duro ai mangimi, dall’energia ai trasporti senza dimenticare il packaging. Gli aumenti delle materie prime, al tempo del Covid, stanno avendo significativi effetti anche sulle aziende agricole, aumentandone i costi e riducendone la marginalità. Costi che in molti casi non possono essere trasferiti a valle nonostante la tensione sui prezzi stia interessando la filiera agroalimentare e potrebbe portare, è l’allarme lanciato nei giorni scorsi dal presidente di Coop Italia e di Ancc-Coop, Marco Pedroni, a incrementi dei listini anche del 6-7% e fino al 10%. Nonostante un rallentamento questa estate, sul banco del caro-materie prime è salito per primo il grano duro. "L’aumento delle quotazioni fino a quasi 50 centesimi al chilo è legato da un lato alla crescita della domanda di pasta con grano 100% Made in Italy spinto dall’emergenza Covid e dall’altro dal calo del 10% delle produzioni a causa dei cambiamenti climatici nonostante l’aumento delle superfici coltivate – esordisce il presidente di...

DAL GRANO duro ai mangimi, dall’energia ai trasporti senza dimenticare il packaging. Gli aumenti delle materie prime, al tempo del Covid, stanno avendo significativi effetti anche sulle aziende agricole, aumentandone i costi e riducendone la marginalità. Costi che in molti casi non possono essere trasferiti a valle nonostante la tensione sui prezzi stia interessando la filiera agroalimentare e potrebbe portare, è l’allarme lanciato nei giorni scorsi dal presidente di Coop Italia e di Ancc-Coop, Marco Pedroni, a incrementi dei listini anche del 6-7% e fino al 10%. Nonostante un rallentamento questa estate, sul banco del caro-materie prime è salito per primo il grano duro. "L’aumento delle quotazioni fino a quasi 50 centesimi al chilo è legato da un lato alla crescita della domanda di pasta con grano 100% Made in Italy spinto dall’emergenza Covid e dall’altro dal calo del 10% delle produzioni a causa dei cambiamenti climatici nonostante l’aumento delle superfici coltivate – esordisce il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini –. L’Italia raccoglie circa l’11% dell’intera produzione globale di grano duro, che nel 2020 è stata di circa 34 milioni di tonnellate e per questo siamo leader in Europa e secondi al mondo dopo il Canada dove però non rispettano le stesse regole di sicurezza alimentare e ambientale".

Oltre alla crescita delle quotazioni c’è anche un problema di carenza.

"La riduzione delle disponibilità è dovuta anche alle manovre speculative di molte industrie che anziché garantirsi gli approvvigionamenti con prodotto nazionale attraverso contratti di filiera hanno preferito acquistare sul mercato internazionale approfittando delle basse quotazioni dell’ultimo decennio. La situazione sta ora cambiando sotto la spinta dell’obbligo di indicare in etichetta l’origine del grano che ha favorito il boom delle paste 100% Made in Italy. Purtroppo per troppo tempo si è pensato che l’Italia dovesse diventare solo un Paese di servizi con abbandono di produzioni che oggi sono tornate a essere centrali".

I rincari possono scaricarsi sul consumatore con un caro-pasta?

"Al riguardo vorrei ricordare che per fare un chilo di pasta ci vogliono circa 1,2 kg di grano, ciò significa che per ogni pacco di pasta acquistato al costo di circa 2 euro, solo 60 centesimi servono a remunerare il prodotto agricolo, con il prezzo di un pacco di pasta che, così, moltiplica più di 3 volte dal campo allo scaffale".

Passiamo a un altro fronte di aumenti, quello dei mangimi per gli allevamenti. Che effetti stanno producendo?

"L’emergenza Covid ha innescato un cortocircuito con rincari insostenibili per l’alimentazione degli animali nelle stalle dove e necessario adeguare i compensi riconosciuti agli allevatori per il latte. Nell’immediato bisogna garantire la sostenibilità finanziaria delle stalle con la responsabilità dell’intera filiera per non perdere capacità produttiva in un Paese come l’Italia che è fortemente deficitaria per i prodotti zootecnici ma c’è anche bisogno di un piano di potenziamento o e di stoccaggio per le principali commodities fino all’atteso piano proteine nazionale per l’alimentazione degli animali. In gioco c’è il futuro dell’allevamento italiano".

Il rincaro delle materie prime riguarda anche i carburanti.

"In un Paese dove l’85% delle merci viaggia su strada si tratta di un effetto valanga sulla spesa delle famiglie e sui costi delle imprese. A partire dal sistema agroalimentare dove i costi della logistica arrivano ad incidere fino dal 30 al 35% su prodotti freschi per frutta e verdura. Uno scenario su cui pesa il deficit logistico italiano che costa al nostro Paese oltre 13 miliardi. Il Pnrr può essere quindi determinante per agire sui ritardi strutturali dell’Italia e sbloccare tutte le infrastrutture che migliorerebbero i collegamenti tra Sud e Nord del Paese e anche con il resto del mondo per via marittima e ferroviaria".

A proposito di trasporti marittimi, che effetto sta avendo il caro-container?

"Il forte aumento dei costi dei noli marittimi e dei container trasportati via nave minaccia il record storico da 50 miliardi a cui punta l’export agroalimentare Made in Italy nel 2021. Purtroppo la gestione dei container è stata lasciata in mano a un unico Paese come la Cina che sta adottando una politica aggressiva nella gestione dei porti privilegiando le destinazioni a lei più funzionali".

Ultimo, ma non per importanza, l’aumento del costo-imballaggi.

"L’aumento del prezzo del petrolio condiziona i costi energetici ma a crescere sono anche quelli della plastica, dell’acciaio, del legno e della carta. Può accadere così che gli imballaggi arrivino a costare più del prodotto che contengono. In una bottiglia di passata di pomodoro da 700 ml in vendita mediamente a 1,3 euro, per esempio, oltre la metà del valore (53%) infatti è il margine della distribuzione commerciale con le promozioni, il 18% sono i costi di produzione industriali, il 10% è il costo della bottiglia, l’8% è il valore riconosciuto al pomodoro, il 6% ai trasporti, il 3% al tappo e all’etichetta e il 2% per la pubblicità".