Prostituzione minorile
Prostituzione minorile

Milano, 29 gennaio 2016 - Si siede al tavolo e non toglie né il piumino blu scuro né gli occhiali da sole, non lascia il tempo di ordinare il caffè né di dire qualche banalità che aiuti a rompere il ghiaccio. "Ho accettato di fare questa intervista perché voglio che venga fuori una cosa, e cioè che quel mondo fa schifo, che non ha luci. E che non c’è nessuna che ci si diverta: nessuna a 15 anni si diverte a fare sesso a pagamento". Il nostro incontro l’ha voluto in piazza Duomo, lei si presenta con quasi mezz’ora di ritardo. Silvia, 22 anni. Vive con mamma e papà nell’hinterland, studia in un’università privata di Milano, ha un fidanzato. Nel 2009, quando con un’amica si è registrata – "per gioco" – su una chat di incontri sessuali, non andava in prima liceo. Quando si è spogliata completamente davanti a una webcam aveva 16 anni, quando ha incontrato il primo uomo in carne e ossa ne aveva 17 – "mi ha dato 250 euro" – quando i suoi genitori l’hanno scoperta 18. Dice che ci ha messo tre anni per venirne fuori, ma che adesso ne è venuta fuori "davvero", e ripete quel "davvero" un paio di volte. Porta i capelli marroni a caschetto, non arriva al metro e 60, sulla pelle il tatuaggio di una rosa.

"Questa qui è la rosa del Piccolo Principe... Ma guardi che me la sono tatuata molto prima del film".

Ecco.

"Sono stata una ragazzina romantica anch’io. A lei che sa la mia storia forse sembra strano".

Per niente, giuro.

"Ma non è facile da capire".

Non molto in effetti.

"Cosa vuole sapere?".

Proviamo a partire dall’inizio. Da come è cominciato.

"Con questa mia amica che le dicevo. Lei sapeva di un sito erotico e siamo andate a curiosare un po’. In teoria bisognava avere 18 anni per entrare, in pratica chi se ne accorge di quanti anni hai?".

Voi quanti ne avevate?

"Quattordici".

E vi siete iscritte?

"Abbiamo pubblicato un annuncio, però dicevamo di essere maggiorenni altrimenti te lo bloccavano. Alla nostra mail sono arrivate un diluvio di risposte. Ogni tot secondi cliccavamo su “aggiorna“ e arrivava una mail di un uomo che voleva incontrarci. Ci siamo fatte un bel po’ di risate. Faceva ridere, davvero".

Poi la sua amica...

"Lo sa che da allora non ci siamo più entrate insieme in quel sito?".

Ma lei sì.

"Molto dopo. Il fatto è che mi sentivo malissimo, dico sul serio".

Sua madre e suo padre non...

"Preferisco non parlare dei miei genitori. Possiamo?".

Possiamo.

"Sono tornata sul sito erotico, sì, ma non ho messo l’annuncio. Sono entrata nella chat".

Come funzionava?

"Con la chat si è spalancato un universo parallelo che non ha orari, funziona di giorno e di notte, dove parli solo di sesso. Mentre tu lavori, vai a scuola, vai in palestra, hai figli, hai la moglie. Non importa. Intanto trovi il tempo di andare in chat e di parlare di sesso. In piena notte, all’alba... Io chattavo anche alle 3 di notte. Mi faceva paura ma mi emozionava. Mi sentivo desiderata. Quando ti senti desiderato ti senti anche potente, e nessun adolescente si sente potente".

Le chiedevano di incontrarla?

"Certo, ma io però niente. Poi con uno siamo diventati più intimi: lui era gentile, io gli parlavo di me come persona. Alla fine forse mi ero innamorata. Gli ho mandato delle foto... Poi sono iniziati gli incontri con la webcam".

È il primo che ha incontrato?

"Sì".

E l’ha pagata?

"Sì. 250 euro".

Ma...

"Gliel’ho chiesto io. Cioè, lui insisteva che voleva vedermi a tutti i costi e poi l’ha buttata lì, che poteva pagare. E io ci sono rimasta malissimo. Ero arrabbiata e a un certo punto è diventata quasi una sfida. Gli ho detto: va bene, pagami. E a me 250 euro sembravano tantissimi, capito?".

Quanti anni aveva lui?

"Aveva detto 35".

E sapeva che lei era minorenne?

"Era questa la cosa che gli piaceva".

Poi?

"Non l’ho più visto".

Ma ci sono stati altri incontri.

"Un po’... In genere li vedevo in macchina. Non mi fidavo ad andare a casa, e da me non li facevo venire".

Perché si faceva pagare?

"Sul momento non è che mi rendessi conto di tutto. Cioè, non esiste che tu ti metti lì a tavolino e ti dici: bene, adesso mi prostituisco così mi compro la borsa firmata, come si legge a volte sui giornali. Magari ti compri anche la borsa, ma non è quello il motore. È che entri in un vortice e ti senti... arrabbiata. Io mi sentivo così arrabbiata. Però non è facile dire basta. Lo dici tante volte, poi ci ricaschi".

Com’era...

"Uno schifo, gliel’ho detto. Quando i miei genitori mi hanno scoperto, dopo un po’, dopo lo choc ho iniziato la psicoterapia. Ci vuole tempo. Adesso mi prende davvero la nausea, all’epoca no. All’epoca soffrivo, come un cane. Ma non capivo".

Che cosa non capiva?

"La violenza. Quello è un universo di assoluta violenza. Ma non so com’è possibile: a un certo punto finisce che non la vedi più".