Milano, 14 marzo 2018 - Li abbiamo chiamati bamboccioni, impiantati nella casa dei genitori a consumare un’adolescenza tardiva con l’alibi di non sapere come fare a togliersi di torno. Sapevamo che non era tutta colpa loro. Che veramente è difficile tentare il varo di un’esistenza autonoma con uno stipendio da call center. Eppure un po’ ci ha fatto comodo considerarli debosciati e poco ansiosi di staccarsi dalle torte e dalla lavatrice di mamma. Mancava solo che ce la tirassimo come nostro padre: «Io alla tua età davo il biberon a due figli, caro mio». Cosa falsissima, perché già nel nostro piccolo cominciavamo a perdere colpi. Intanto il brillante ingegnere taceva e spediva curriculum monitorando una situazione anomala: papà non riusciva a uscire dal mondo del lavoro per andare in pensione, lui non riusciva a entrarci. E l’eterna fidanzata, stanca di amoreggiare nella cameretta con letto singolo, lo mollava dicendo di non volere un bamboccione ma un bambino vero. Non abbiamo considerato l’enormità del problema in incubazione. Forse la fatica, l’ansia, l’umiliazione. Non la prospettiva e le responsabilità.

E’ arrivato il momento di ammettere che pure senza dolo siamo stati noi a tradirli. Che oggi bamboccioni è un vezzeggiativo, perché per l’ingegnere e gli altri c’è una definizione peggiore: bomba sociale. Pronta a scoppiare fra trent’anni, quando la medicina avrà assicurato un tramonto lungo e lentissimo a una generazione che ha subito la giovinezza precaria per poi infilarsi nella mestizia di una vecchiaia povera. Chi oggi ha fra i 18 e i 35 anni rischia di imbarcarsi in una carriera discontinua. Lavorerà tutta la vita con il magone senza mettere niente da parte e la pensione non basterà di sicuro a svernare a Sanremo. Non è chiaro chi abbia cominciato ma il patto fra generazioni si è rotto.  Abbiamo prodotto un enorme debito demografico in termini di previdenza, assistenza e spesa sanitaria nei confronti dei nostri ragazzi, che già nel presente non se la passano bene. Secondo la Caritas da cinque anni giovani e giovanissimi hanno sostituito gli anziani come categoria più svantaggiata (uno su dieci vive in uno stato di povertà assoluta). In attesa di raggiungere la loro età e battere un altro record.