Rozzano (Milano), 11 febbraio 2018 - L'odore del piombo, della carta fresca, il rumore dei tasti e dei rulli che girano. Nella tipografia Campi Monotype il libro viene trattato con una devozione estrema. Ed entrare in questa tipografia nata nel 1898 è come varcare la porta di una chiesa, con lo stesso spirito di sacralità. A portare avanti una tradizione che ha radici ai tempi della stampa quattrocentesca di Gutenberg, c’è la famiglia Campi. Il tecnico che sta dietro ai macchinari è Rodolfo, che l’aria acre della tipografia ha iniziato a respirarla da ragazzo.

«Mio nonno - dice - ha comprato questa azienda dal cavaliere Umberto Allegretti, nel 1898. Prima era in via Larga, poi, nel 1903, mio nonno l’ha spostata in via Orti, in zona Crocetta, a Milano, dove è rimasta fino al 1986: i macchinari facevano troppo rumore per i residenti della zona chic, quindi ci siamo spostati a Quinto de’ Stampi: mai nome fu più evocativo». Ad aiutare Rodolfo, 68 anni, ci sono un paio di persone e la moglie Tiziana che tira fuori un quadernino di neanche cinque centimetri: «Vedete – lo mostra – questa era la nostra bomboniera di nozze. Tutta fatta da noi, un libretto minuscolo con frasi d’amore. Un lavoro del genere nessuna tipografia riesce a farlo».

Perché quello che rende i Campi unici è l’uso della monotype, una speciale macchina che stampa una per una le lettere del manoscritto. «Il testo viene riscritto da noi a macchina, su una tastiera con 277 caratteri, per ogni lettera viene fatto un segno sul rullo, perforando un nastro di carta. Poi si cola il metallo e le lettere prendono forma». Una tecnica antichissima, i Campi sono tra i pochi rimasti al mondo a eseguirla. Il risultato? Libri che si leggono con gli occhi e con le mani, talmente è soffice la pressione di ogni singolo carattere. Un volume che diventa una piccola e preziosa opera d’arte.

Lo sa bene lo scrittore Andrea Camilleri, che per il suo 92esimo compleanno si è rivolto ai Campi per stampare 1500 copie di un libricino da regalare agli amici, un dono fatto a mano, «perché l’automatismo non è per le cose belle», sottolinea Rodolfo mentre sistema lastre, lettere e rulli: tutto conservato in quelle mura che trasudano storia, dove lettere e pagine diventano architettura sacra, con la loro bellezza e le regole di armonia e sottilissimi equilibri.

Si celebra un rito ancestrale, ogni volta che si stampa un libro qui dentro. Perché nulla è cambiato in 120 anni. «Ho frequentato la scuola per perito industriale grafico, per l’inserimento alle arti grafiche – ricorda Rodolfo –. Istituti così sono sempre più rari, ed è un peccato non poter portare avanti questa arte. Sono rimasti solo gli appassionati. C’è poca conoscenza di questo mondo. Ogni tanto arriva qualcuno e ci chiede se possiamo stampargli un documento, con la chiavetta in mano. Non si sa cosa c’è dietro la tipografia. Noi i libri li veneriamo».