Cernusco sul Naviglio (Milano), 19 settembre 2017 - «Nessuna carenza nel percorso sanitario», almeno sin qui. Ma sarà l’autopsia sul corpo di Rocco Sellitto a dire se i medici dell’Uboldo hanno avuto qualche responsabilità nella sua morte. L’indagine interna, ordinata da Mario Alparone subito dopo il decesso, si è conclusa ieri mattina. Sul tavolo del direttore generale dell’Asst Melegnano-Martesana, da cui l’ospedale dipende, la relazione da cui «non emergerebbero responsabilità».

Ma la parola d’ordine è prudenza. Niente provvedimenti nei confronti del personale, dunque, almeno finché la Procura non avrà ricostruito con esattezza il ricovero finito in tragedia. L’indagine cristallizza tutto quel che è successo fra l’arrivo del 49enne di Pioltello al pronto soccorso, mercoledì scorso, e la sua fine, meno di 24 ore dopo. Rocco aveva varcato quella soglia alle 11 del 13 settembre con una brutta ferita al polso sinistro. Ma non era la prima volta che veniva vista. Il 26 agosto, era stato medicato per lo stesso motivo «ma l’infezione sembrava in via di guarigione», precisa il direttore.

Secondo quanto riferito dai sanitari, «il paziente avrebbe assunto la terapia antibiotica (prescritta due settimane fa) in modo incostante» e, forse, per questo la situazione era peggiorata. Ma siamo nel campo delle ipotesi, tutte da vagliare. Sepsi, la diagnosi, battericidi, ancora una volta, la cura.

Mercoledì scorso, durante il nuovo passaggio all’Uboldo, non fila tutto liscio. Alle 13.59 tocca a lui e viene chiamato, ma Sellitto, probabilmente stanco di aspettare, se ne è andato. Poi, torna. Tutte circostanze che gli inquirenti dovranno chiarire, alla luce della denuncia per omicidio colposo a carico di ignoti presentata dal padre Elio, in seguito alla morte del figlio. Alle 23 del 13 settembre, i medici decidono di operarlo, «per diminuire la pressione arteriosa al braccio», spiega Alparone. Un intervento non particolarmente difficile, sembra.

In un'oretta Rocco viene riaccompagnato in chirurgia, dove passerà l’ultima notte della sua vita. Alle 8 entra in uno stato di agitazione – così l’inchiesta interna – «ha la tachicardia», presto seguita da uno scompenso dei valori vitali, gli specialisti, allora, decidono di trasferirlo in Terapia intensiva. Sono le 8.40 di giovedì, «il paziente è cosciente». Ma, in un attimo, la situazione precipita. Sellitto non risponde più agli stimoli. Per tre quarti d’ora tentano di tutto per salvarlo, alle 9.25, però, non resta che arrendersi al peggio. La famiglia si rivolge ai carabinieri e il pm dispone il sequestro della cartella clinica.