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7 giu 2022
arnaldo liguori
Politica
7 giu 2022

Referendum giustizia del 12 giugno: la spiegazione dell’esperto

I cinque quesiti del voto, con pro e contro, spiegati da un docente di diritto penale

7 giu 2022
arnaldo liguori
Politica

Grande è la confusione sotto il cielo, in Italia, quando si parla del referendum sulla giustizia che si terrà domenica 12 giugno. Ancora qualche giorno fa, buona parte degli italiani ignorava il tema dei quesiti e secondo un sondaggio di Ipsos c’è il rischio che si presenti alle urne appena il 30 per cento degli elettori.

Gli italiani sono chiamati a esprimersi su cinque diversi quesiti che chiedono di abrogare – cioè eliminare – altrettante leggi, anche se è comunque possibile votare una sola scheda. “Comprendo che per molte persone questi cinque quesiti possano essere piuttosto ostici”, commenta Carlo Fiorio, docente di Diritto processuale penale all’Università di Perugia.

Professore, il primo quesito riguarda l’incandidabilità dei politici condannati. Come giudica la legge attuale?
“In sé, mi pare eticamente giusta, dato che impedisce a una persona condannata – ad esempio per corruzione – di ricoprire cariche pubbliche. Tuttavia, chi amministra enti locali, come i sindaci, viene sospeso anche dopo una sentenza non definitiva. E questo presta il fianco a vizi di costituzionalità, in quanto contrasta con il principio della presunzione di innocenza”.

Però il referendum chiede se si vuole eliminare tutta la legge, non solo la parte che riguarda la sospensione dei politici locali.
“Ed è proprio questo il punto. Se vince il “sì”, sarà un giudice a decidere, caso per caso, per tutti i soggerri: sia i parlamentari che i sindaci. Francamente, qui non era necessario un referendum, sarebbe stata sufficiente una legge del Parlamento correttiva della parte sui politici locali”.

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La spiegazione semplice sul referendum

Il secondo quesito riguarda le misure cautelari, può spiegarlo in parole semplici?
“Oggi, in Italia, un giudice puù mettere una persona indagata agli arresti domiciliari o in carcere anche prima della condanna, ma solo se c’è pericolo di fuga, di inquinamento delle prove o se c’è il rischio che ripeta il reato. Se vince il “sì”, viene eliminata la ripetizione del reato dalle motivazioni”.

Chi sostiene il “sì” afferma che la legge attuale abbia problemi di costituzionalità. Perché?
“Il motivo è semplice, lo spiego con un esempio. Prendiamo un indagato, quindi una persona non condannata e magari innocente. Se un giudice ha la facoltà di metterla in carcere a causa del pericolo che possa commettere di nuovo quel reato, ecco che viene dato per scontato che abbia commesso il reato”.

Oggi questa motivazione è molto utilizzata per mettere persone in carcere o agli arresti domiciliari?
“Moltissimo, circa nel 70 per cento dei casi. Di fatto, nei tribunali, la reiterazione del reato è usata per tenere dentro gli spacciatori, che rappresentano buona parte dei detenuti italiani. Molti di loro, tra l’altro, vengono assolti. Anzi, capita che un indagato passi più tempo in carcere, in custodia cautelare, rispetto a quello che avrebbe dovuto scontare come pena, da condannato”.

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Chi ha proposto il referendum e perché

Gli altri tre quesiti riguarda la magistratura. Il terzo, in particolare, attiene alla separazione delle carriere. Di che si tratta?
“Nel corso della loro vita, i magistrati possono passare più volte dal ruolo di pubblici ministeri (cioè coloro che indagano e accusano) al ruolo di giudici (cioè coloro che giudicano). Se vince il “sì” i magistrati dovranno scegliere uno dei due ruoli all’inizio della loro carriera e poi mantenerlo per tutta la vita”.

Perché alcuni vedono il cambio di carriere come un problema?
“Perché c’è il rischio che quei giudici che hanno fatto i pm per molti anni sviluppino una mentalità da accusatori. I pm lavorano in un ambiente estremamente poliziesco. Inoltre, questi continui passaggi possono creare dei cortocircuiti organizzativi. I giudici che cambiano carriera lasciano spesso processi pendenti. Viceversa, i pm lasciano indagini aperte. E questo rallenta la giustizia”.

Altri però sostengono che se i pm svolgessero quel lavoro tutta la vita finirebbero per diventare gli avvocati del ministero della Giustizia, a sua volta controllato dal Governo.
“Se un pm entra nell’orbita dell’esecutivo, a maggior ragione mi serve un giudice separato e imparziale, lontano dalla mentalità dell’accusatore”.

Il quarto quesito prevede, nel caso di vittoria del “sì”, che nelle valutazioni sulla professionalità dei magistrati votino, oltre che altri magistrati, anche avvocati e docenti universitari. È d’accordo?
“Francamente, dubito che cambi qualcosa. Statisticamente, i voti sull’operato dei magistrati hanno maggioranze bulgare, circa il 95 per cento sono favorevoli. Non credo che il voto di professori e avvocati possa modificare il processo di valutazione”.

L’ultimo quesito vorrebbe indebolire il sistema delle correnti politiche nella magistratura. Se vince il “sì”, verrà tolto l’obbligo di presentare 25 firme – oggi fornite col supporto delle correnti – per i candidati che vogliono candidarsi per il Consiglio superiore della magistratura. Funzionerà?
“Non credo. Uno può anche presentarsi da solo, senza firme, ma tanto poi non lo vota nessuno perché non lo conosce nessuno. Questa legge va nella direzione giusta, ma incide pochissimo sul sistema delle correnti”.

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