Milano, 23 febbraio 2021 – E' una domanda che tutti noi, in questo anno di lotta contro il Covid, ci siamo fatti almeno una volta. Quando sarà possibile raggiungere la cosiddetta immunità di gregge, ovvero la capacità di resistere all'infezione grazie alla protezione garantita dalla più ampia fascia di popolazione possibile immune? Una questione che è salita alla ribalta in diverse occasioni. All'inizio quando alcuni stati come Gran Bretagna e Svezia ventilarono la possibilità di far “correre” il coronavirus a briglie sciolte come strategia per l'immunizzazione. Un approccio che non ha funzionato, venendo presto accantonato o pagato con un aumento imponente di contagi e morti.

Il balletto delle cifre

Poi, con l'introduzione dei vari vaccini anti-covid, il tema è tornato d'attualità. Quante persone dovranno ricevere l'antidoto per permetterci di raggiungere l'immunità di gregge? Difficilissimo anche per gli esperti italiani trovare una posizione condivisa. L'opinione prevalente ha sempre attestato il traguardo a una soglia intorno al 70%. Questo fino alla comparsa delle varianti sulla scena del coronavirus, in primis l'inglese, ma anche la sudafricana e la brasiliana. A questo punto l'asticella può alzarsi. Maggiore velocità di trasmissione vuol dire anche livello di immunizzazione più alto per poter garantire la “salvezza” a tutta la popolazione, fasce deboli su tutte. E quindi ci sono previsioni che sono arrivate a toccare quota 80% anche in Italia, sulla scorta di quanto è stato affermato dall'immunologo statunitense Anthony Fauci in alcune sue recenti interviste.

Effetto vaccini da verificare sul campo

Sull'argomento è intervenuto con una “conversazione” pubblicata alla fine di gennaio sul sito di Humanitas il professor Alberto Mantovani, direttore scientifico di Humanitas e immunologo di fama mondiale. Scontato che il raggiungimento dell'immunità di gregge – che il professore chiama con il nome scientifico immunità di comunità – non può avvenire “in modo spontaneo” con il Covid, virus “nuovo” e “molto contagioso”. L'unico mezzo valido è rappresentato dai vaccini. L'efficacia degli antidoti diffusi finora, osserva il professore emerito di Humanitas University, “è indubbia ma non dobbiamo abbassare la guardia”. Guai, quindi, ad abbandonare le buone pratiche quotidiane, lavaggio frequente delle mani e distanza di sicurezza su tutte.

E i tempi? “L'immunità di comunità – sostiene Mantovani - è il risultato più atteso per i prossimi mesi e per il cui raggiungimento, però, ci vorrà ancora diverso tempo. Le quantità di vaccini a disposizione, infatti, sono ancora piuttosto ridotte e i numeri per poter parlare di immunità di comunità sono, per contro, molto alti. Si stima, infatti, che per raggiungerla debba essere vaccinato il 65-70% della popolazione italiana”. Questo, precisa Mantovani, andrà comunque verificato sul campo. “Quanto il vaccino protegge dall'infezione? Quanto contro la malattia? Quanto contro la disseminazione?”. Tutte domande, al momento, in attesa di una risposta completa. L'immunologo chiude con un paragone con un'altra patologia infettiva che può aiutare a comprendere lo sforzo che ci attende. “Semplificando – sono le parole di Mantovani – Sars-CoV-2 è un virus che ha una capacità di trasmissione della malattia di circa 10 volte inferiore al virus del morbillo, per il quale l’immunità di comunità viene raggiunta con il 95% delle persone vaccinate”.

Obiettivo fine estate

Altre voci si sono misurate in un difficile “gioco” di previsioni. A fine novembre Gianni Rezza, direttore generale della prevenzione al ministero della Salute, ha sostenuto che l'immunità di gregge in Italia si sarebbe raggiunta vaccinando una fetta “almeno fra il 60% e il 70% della popolazione”. In termini assoluti, aveva specificato il medico, vuol dire “vaccinare 42 milioni di italiani. E questa è una grande sfida”. All'epoca, per altro, non si erano ancora manifestate le difficoltà di approvvigionamento che abbiamo imparato a conoscere in queste settimane. Tanto è vero che Rezza aveva salutato come “un vantaggio” il “progressivo aumento delle dosi di vaccino” ma anche la disponibilità di più antidoti. Più tardi, a 2021 già iniziato, Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di Sanità è intervenuto sul tema alla trasmissione Rai “Che tempo che fa”. A colloquio con il conduttore Fabio Fazio, dopo essersi detto “ragionevolmente ottimista”, ha chiarito che l'immunità di gregge è “un fenomeno progressivo che riusciremo ad avere quando riusciremo a vaccinare il 70% dei residenti”. Ovvero “Entro il terzo trimestre” dell'anno.

Il fronte dei pessimisti

Con l'affermarsi delle varianti, che in Lombardia e in altre zone d'Italia hanno già costretto a rafforzare le misure restrittive, si è ingrossata la truppa di chi sposta più in là il traguardo immunità di gregge. O invita a non pensarci proprio. L'ex sottosegretario alla Sanità Pierpaolo Sileri a Domenica In ha piazzato la bandierina a fine 2021-inizio 2022. L'epidemiologo pugliese Pierluigi Lopalco su Facebook ha consigliato di “scordarsi” l'immunità di gregge. E anche Giovanni Rezza ha fatto marcia indietro. “Stiamo vaccinando per proteggere delle persone, non per ottenere l'immunità di comunità”. La domanda sull'immunità di gregge, quindi, non ha un'unica risposta: tante le variabili che incidono sulla possibilità di raggiungerla. Con oscillazioni probabili sia sui tempi necessari, sia sulla fetta di popolazione da immunizzare.