di Dario Crippa

Monza, 23 novembre 2012 - Le hanno trovate in via Marelli, a San Fruttuoso, quartiere alla periferia di Monza. Le ossa di Lea Garofalo sarebbero state ritrovate dai carabinieri proprio lì, assieme ad alcuni anelli e a una collana appartenuti alla donna. Nello stesso capannone dove la collaboratrice di giustizia calabrese era stata portata per essere sciolta in cinquanta litri di acido. La notizia del ritrovamento dei resti di Lea Garofalo, uccisa a 35 anni perché aveva avuto l’ardire di svelare i segreti della ’ndrangheta, rischia di ridisegnare la vicenda.

E quindi il processo che il 30 marzo scorso aveva portato alla condanna all’ergastolo di sei persone: l’ex compagno della donna, Carlo Cosco, i suoi fratelli Vito e Giuseppe, i complici Rosario Curcio, Massimo Sabatino e Carmine Venturino, che a un certo punto aveva addirittura intrecciato una relazione con Denise, la figlia di Carlo Cosco e Lea Garofalo. Ma se i legali degli imputati chiederanno una revisione del processo, forse le discrepanze emerse dopo il ritrovamento del cadavere di Lea Garofalo potrebbero rivelarsi solo macabri dettagli. Se la prova del Dna stabilirà infatti con certezza a chi appartengano le ossa trovate a Monza, le perizie scientifiche chiariranno a cosa sono state sottoposte.

La verità processuale dice che Lea Garofalo fu rapita a Milano la sera del 24 novembre del 2009. Legata e torturata per sapere cosa avesse rivelato agli inquirenti, sarebbe stata poi stata eliminata con un colpo di pistola alla nuca. O, forse, strangolata. Il suo corpo sarebbe stato quindi portato a Monza. Un posto ideale, in un casolare - concesso in affitto a un imprenditore calabrese da una famiglia di nomadi italiani - che si affaccia su una lunga striscia di asfalto ai confini fra Monza, Muggiò, Sesto San Giovanni e Cinisello Balsamo. Qui secondo il pm Marcello Tatangelo la donna sarebbe stata sciolta nell’acido. Per eliminare un corpo occorrono però almeno tre giorni, come dimostrato dall’incidente probatorio effettuato con un suino: e nell’attesa gli imputati avrebbero sorvegliato il posto. Non è però da escludere - sussurrano gli investigatori - che quanto rimasto sia stato alla fine bruciato. Proprio come le ossa trovate dai carabinieri, guidati dalle parole di un pentito. Denise è sconvolta» ha raccontato Enza Rando, il legale che assiste la ragazza, che a processo aveva scelto di testimoniare contro il proprio padre. Intanto oggi l’associazione Libera, a tre anni dall’evento, ha organizzato un incontro nelle scuole elementari e medie del quartiere. E, per domani alle 15, una manifestazione dal titolo «Porta un fiore per Lea Garofalo» davanti al cimitero, a cinquanta metri dal casolare degli orrori, dove è stata posta una targa per ricordare la tragedia.

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