Milamno, 24 novembre 2020 - 

LETTERA 

Viviamo una situazione eccezionale, per questo dovevamo per una volta rinunciare al vizio di mediare. Se avessimo avuto il coraggio nella prima fase di stare fermi più a lungo non ci saremmo ritrovati in queste condizioni e non ci giocheremmo il Natale con la prospettiva di un post-feste al chiuso. Roberto P., Milano

RISPOSTA

Dallo stordimento all’insofferenza, sempre più un pungente fastidio. Non bastasse il rivivere errori già fatti, sentire discorsi già mandati a memoria, assistere a dibattiti e dispute su cosa fare o non fare, aprire o non aprire, in questa seconda ondata ci tocca fare i conti anche con un altro aspetto delle ultime generazioni: la scarsa dimistichezza col sacrificio. Venendo da 75 anni di pace, almeno sul suolo d’Europa, pochi hanno ricordi di rinunce e cinghie tirate. Anzi, si è vissuto nell’illusione che tutto fosse possibile e, a torto, disponibile a tutti. Un gran calderone, ma solo di facciata. Il tempo, nella corsa allo sviluppo, ha lasciato comunque solchi e quando la crisi ha iniziato a mordere è stato uno choc. Ma fatta questa scoperta, per salvare i finti equilibri si è cercato di mettere una pezza ora là ora qua, giusto per coltivare l’illusione che il peggio si poteva superare, che le pari condizioni (ma quali?) si potevano ristabilire. Così oggi che si deve fare i conti con un’economia di guerra come prima difesa scatta il lamento, la richiesta d’aiuto e il “no preventivo” perché più che dal virus si è terrorizzati dall’idea di dover cambiare. Con sacrificio.