Milano, 31 dicembre 2017 - Vite y Marcos su vite. Vecchi e giovani. Nonni e nipoti. Cambio di ribalta, anche se spesso, per qualche tempo, si sta su insieme. Ne scrive bene Fulvio Ervas in Nonnitudine, Marcos y Marcos, romanzo struggente e talvolta dolente (sul degrado dell’età, sulla morte) ma «senza perdere la tenerezza». Le emozioni del diventare nonni, «quando nasce un figlio, la palla rossa della vita rimbalza una volta. Quando nasce un nipote, la palla rimbalza una volta ancora». Le conversazioni tra anziani che sanno ancora desiderare il futuro. Le eredità di pensieri e parole da preparare. E la lezione di Victor Hugo in uno dei suoi libri meno noti ma più intensi, “L’arte di essere nonno”: «I figli dei nostri figli ci incantano, sono delle giovani voci mattutine che trillano. Sono nella nostra lugubre abitazione il ritorno della primavera, della vita, del giorno». Abitare il tempo che passa senza astio, cattiveria e rancore, giocare con i giorni che arrivano, portare mattoni per contribuire ad altre vite libere che sono quelle dei nipoti aiuta ad avere comunque senso vitale. La vecchiaia non è una malattia. Anche se, naturalmente, è carica di malattie.

Lo racconta Margaret Drabble inLa piena, Bompiani: due anziane amiche che lavorano in una casa di riposo per vecchi molto malati, un gruppo di persone di mezza età con cicatrici di vita dolorosa, uno studioso di storia spagnola, una ricamatrice che lascia il lavoro incompiuto per morte improvvisa. Un astio profondo verso la contemporaneità («La longevità ci ha fottuto la pensione, l’equilibrio lavoro-vita, i servizi sanitari, le case, la felicità. Ha fottuto la vecchiaia»).Ma pure una critica all’inadeguatezza dell’attuale condizione umana. «NON CI SONO abbastanza persone forti di questi tempi per infondere energia nei vecchi. I deboli, come mai prima nella società, nella storia, sopravanzano i sani. L’equilibrio è sbagliato». È vero. Scriverne non risolve il problema. Ma aiuta a viverlo con lucidità. Fuor di letteratura, ne parla con competenza Daniela Mari, medico gerontologo, in A spasso con i centenari ovvero “l’arte di invecchiare bene”, Il Saggiatore. La vecchiaia può essere «astioso ripiegarsi su se stessi», «disprezzare ogni innovazione». Oppure fare leva sulle scoperte della medicina, della biologia, delle nuove tecnologie delle “life sciences” per contrastare «il decadimento fisico e cognitivo» e continuare a vivere, nonostante tutto, una vita degna d’essere tale, con una sorta di «invecchiamento di successo». Libro di storie ed esperienze. Un richiamo a Shangai-La, la mitica valle tibetana che ospita una comunità di anzianissimi saggi (un libro di James Hilton, un bel film di Frank Capra). Un ricordo di Ingmar Bergman: «La vecchiaia è come scalare una montagna. Più arriviamo in alto, più ci manca il respiro: ma quanto impressionanti si fanno le vedute aperte davanti ai nostri occhi». Anche se per brevi istanti.