Milano, 3 gennaio 2017 - Tutto ciò che gli enti pubblici fanno per promuovere l’accesso delle persone ai servizi deve svilupparsi nel segno della trasparenza, con spirito di condivisione e di coinvolgimento. Fino a trent’anni fa il carattere opaco delle scelte compiute dalle pubbliche amministrazioni alimentava diffidenza e sospetto nel rapporto con i cittadini e non stimolava la fiducia reciproca. Da molti anni le cose sono cambiate e quella relazione oggi può dirsi più aperta e interattiva. Questa evoluzione delle amministrazioni pubbliche si è accelerata grazie all’innovazione tecnologica, che ha incrementato il flusso dei dati riguardanti cittadini e imprese. Il primato in questo campo è saldamente detenuto dalla Lombardia che, stando agli ultimi dati dell’Agenzia per l’Italia digitale, diffusi alcuni mesi fa, è al primo posto per quanto riguarda la disponibilità di banche dati pubbliche in formato aperto. Il 73% di esse, infatti, risulta accessibile a tutti, il che attribuisce a quella regione il primato in termini di trasparenza, interoperabilità e accesso ai dati pubblici. Aziende pubbliche e private, ricercatori, giornalisti, liberi cittadini e quanti, per ragioni professionali ma anche di aggiornamento personale, utilizzano open data e banche dati sono ampiamente facilitati in regioni come la Lombardia, nelle quali la più agevole accessibilità ai dati consente di prendere consapevolezza di un determinato tema, di essere informati correttamente su fatti e situazioni e di assumere decisioni ponderate. Per esercitare correttamente i propri diritti il cittadino ha bisogno di essere informato sulle opportunità che l’ente pubblico gli mette a disposizione. Più le banche dati sono aperte e accessibili, più quelle opportunità vengono colte con profitto. Le pubbliche amministrazioni mettono in comune i nostri dati, il che favorisce le economie di scala e stimola notevoli risparmi nell’erogazione dei servizi. Gli enti pubblici che hanno accesso a banche dati condivise possono varare azioni e politiche efficaci e mirate, con prevedibili e positive ricadute sulla vita dei cittadini. In ben 12 regioni su 20 il livello di trasparenza delle banche dati pubbliche è sotto il 26%, il che fotografa efficacemente il ritardo italiano in quest’ambito.