Il professor Carlo Tascini
Il professor Carlo Tascini

Udine - I vaccini, prima di tutto. Ma anche la risposta "che il Paese ha saputo dare" alla pandemia. A un anno dalla scoperta del paziente 1 a Codogno, da quella notte che ha sconvolto le nostre vite, le ragioni per guardare al futuro con un pizzico di fiducia, se non proprio con ottimismo, ci sono. A dirlo è il professor Carlo Tascini, umbro, direttore della clinica di Malattie infettive dell'ospedale di Undine e titolare della cattdera di Malattie infettive nell'Università friulana. Un anno di lacrime e di lutti, prima di tutto, ma anche di paure, ansie, polemiche e titubanze. Che tutti vorremmo al più presto lasciarci alle spalle. Ma si potrà farlo? E quando? Proviamo  a capirlo.

Professor Tascini, le ultime settimane sono state caratterizzate dalla polemica sui ritardi dei vaccini. E' più preoccupante questo o è più importante che dei vaccini esistano?

"Che i vaccini ci siano. Normalmente, ci volevano dai 7 ai 10 anni per un vaccino. Ora ci sono voluti 11 mesi: chiaro, erano studi già in corso, sia sull'Rna messaggero sia sull'adenovirus vettore, per altre patologie. Poi la ricerca si è concentrata sul nuovo virus, l'emergenza ha dato una spinta: è un'ottima notizia, ma non mi stupisce che ci siamo arrivati". 

Il professor Tascini dopo il vaccino

Preoccupano le mutazioni...

"I virus Rna sono così, mutano tantissimo. E' vero per l'influenza, per l'Hiv. E probabilmente, come per l'influenza, il vaccino sarà aggiornato. E comunque avremo presto una scelta altissima di vaccini".

Chi ha contratto il virus sarà agli ultimi posti nella ricezione del vaccino. E' giusto?

"E' giusto almeno in fase acuta, poi dipende anche dalle caratteristiche personali. Anche agli operatori sanitari, se hanno contratto la malattia, ha senso lasciare libertà di scelta".

Averlo contratto però non immunizza...

"Nella prima ondata l'immunità anticorpale si è persa in 6/9 mesi nel 50% dei pazienti. Però esiste: basta guardare i dati di Bergamo. In prima ondata il virus aveva colpito fortissimo, ora meno. Lo stesso si può dire per le Rsa. E anche questa è una buona notizia".

Quando si decise il lockdwon natalizio si paventava la terza ondata,  di fatto siamo nella fase calante della seconda. La terza ci sarà in primavera?

"I virus respiratori si diffondono d'inverno: ci sono anche d'estate, ma più rari. E' più possibile che possa verificarsi in autunno/inverno, ma a quel punto faremo i conti con i risultati delle vaccinazioni".

L'influenza quest'anno non si è vista. O sì?

"Quasi azzerata: ma questo grazie alle regole sul distanziamento, alle mascherine, al gel".

Influenza ko, ma la zona rossa serve per il coronavirus?

"E' l'unico modo per bloccare i nuovi positivi. La divisione in zone aiuta. Addirittura le regioni che sono state più virtuose, che hanno fatto più tamponi, assicurandosi nei mesi colorazioni più miti, hanno però avuto un'epidemia più duratura, è stato il caso del Friuli e del Veneto".

Lei ha lavorato anche all'ospedale Cotugno di Napoli. Perché due regioni popolose come Campania e Lombardia hanno avuto evoluzioni così diverse rispetto alla violenza del virus?

"Demograficamente parlando, la Campania è molto differente dalla Lombardia. Ci sono più ragazzi, più bambini. In Lombardia, ma vale anche per la mia Umbria, gli over 80 incidono di più sulla popolazione. I giovani, e i bambini in particolare, lo si è visto, si contagiano meno".

Per i bambini il "vaccino giusto" ancora non c'è...

"Fortunatamente in questo momento i giovani possono essere vettori, in casi rari. Ma i vaccini ora non sono per loro. E comunque servirà una sperimentazione in tal senso".

I ragazzi sono tornati a scuola.  Gli universitari sono destinati ad aspettare?

"Sono stati un po' dimenticati e lasciati alle lezioni a distanza. Gli studenti di Medicina hanno però il tirocinio obbligatorio: ma in corsia è troppo rischioso, molti i cluster di contagio. Qui a Udine gli studenti ci danno una mano  proprio a Malattie infettive, che è un reparto attrezzato e protetto dai contagi. Loro ci aiutano con i dati e noi li aggiorniamo".

La ricerca risorgerà anche in Italia dopo questa lezione?

"Ce n'è assoluto bisogno. L'Italia ha una buona tradizione, forse scontiamo ancora una dimensione un po' proinciale rispetto ad altri Paesi. Magari la pandemia ci darà un nuovo slancio".

Molti suoi coleghi ammoniscono: prepariamoci a nuove pandemie. Dobbiamo farlo davvero?

"Pensate che anche nel '19 la Spagnola colpì in tutto il mondo. Oggi c'è più mobilità, questo influisce nella diffusione delle epidemie. Credo che dovremo prepararci ad avere piani adeguati, a creare strutture pronte ad affrontare l'impatto di un'emergenza, che siano sicure. E quando l'emergenza non c'è, usarle altrimenti".

L'immunità di gregge è vicina?

"Domanda difficile".

Un po' più vicina?

"Sarà importante, con i vaccini, bloccare anche la trasmissione del virus oltre alla malattia".

Nel fattempo...

"Continuare a vaccinare. E indossare la mascherina: sarà un  male sopportabile se ci permetterà di andare in giro, di tornare nei musei, a teatro".

Dobbiamo avere fiducia?

"Sì, perché l'Italia ha risposto bene: ci sono stati tantissimi morti e contagiati, ma perché alla prima ondata siamo stati colpiti duramente e prima degli altri., In fondo gli altri Paesi hanno avuto modo di prepararsi con noi: anche chi ha ci inviato personale in supporto, qui ha imparato qualcosa. Ma penso che, al di là di scontri e polemiche, il Sistema Sanitario Nazionale ha retto e c'è stata uniformità di risposta: di Governo, regioni. E del Paese nel suo insieme".

 

UN ANNO DI COVID: IL NOSTRO SPECIALE