Nibionno (Lecco), 5 novembre 2013 - Un massacro premeditato e durato lunghi, interminabili minuti, con il solo obiettivo di uccidere i due ragazzi italiani. I quattro lituani che quella maledetta domenica sera del 20 ottobre hanno fatto irruzione nella stanza dove alloggiavano {{WIKILINK}}Joele Leotta{{/WIKILINK}} — il diciannovenne di Nibionno — e l’inseparabile amico e coetaneo Alex Galbiati di Rogeno, dopo averli pestati a sangue nella piccola camera al primo piano del civico 26 di Lower Stone Street di Maidstone, li hanno anche inseguiti per le scale per picchiarli ancora. Hanno continuato a tempestarli di pugni, ma soprattutto a sferrare violenti calci con pesanti scarpe da lavoro mirando soprattutto alla testa. Solo quando in lontananza hanno notato i bagliori blu e sentito le sirene delle auto della polizia sono scappati.

Per Joele era tardi. Adesso i balordi rischiano l’ergastolo. Il processo dovrebbe cominciare e concludersi nel giro di sei mesi. Dall’Inghilterra hanno garantito ai genitori dei due lecchesi che la condanna è assicurata, senza possibilità di appello. In attesa della prima udienza ieri i presunti assassini sono comparsi in videoconferenza davanti ai giudici della Corte della Corona, ma solo per confermare le proprie generalità: Aleksandras Zuravliovas, di 26 anni di Beaumont Road, Tomas Gelezinis, di 30 di Lower Stone Street, Saulius Tamoliunas di 23 di Union Street e Linas Zidonis di 21, senza dimora fissa. Si ripresenteranno ai magistrati anche il 27 gennaio, sempre per assolvere ad adempimenti burocratici, poi ad aprile dovrebbe iniziare il dibattimento.

È probabile che in aula dovrà comparire anche il giovane superstite. «Gli investigatori hanno già raccolto la sua deposizione, ma probabilmente sarà comunque convocato — spiega Luca Galbiati, 53 anni, papà di Alex —. Abbiamo però ottenuto la garanzia che non debba più rivedere quella gente». Il ragazzo, come i suoi familiari e quelli del compagno morto, vogliono sola lasciarsi la brutta storia alle spalle, non sono nemmeno più voluti tornare in quell’angusto locale dove si è consumato l’agguato mortale e non intendono nemmeno costituirsi parte civile per non trovarsi faccia a faccia con loro: «Non vogliamo nulla da quei criminali», conferma Luca Galbiati.
 

di Daniele De Salvo

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