di Federico Magni

Dubino, 10 settembre 2013 - «Quelle pellicole erano in garage da moltissimi anni, chissà quante volte mi aveva detto di buttarle via perché erano piene di polvere. Abbiamo recuperato un proiettore 16mm e improvvisamente Walter era lì, nella nostra casa. Bello come poteva esserlo quando girava il mondo per Epoca». Con la voce ancora bloccata dall’emozione Rossana Podestà, la compagna di Walter Bonatti, il grande scalatore scomparso due anni fa proprio in questi giorni, racconta i particolari del film “W di Walter”, un documentario che racconta la vita del “Figlio del Monte Bianco” (come lo chiamavano in molti), ideato e realizzato con la regista lecchese Paola Nessi. Di questo lavoro si parlava da mesi, ora finalmente sarà proiettato per la prima volta venerdì sera a Trento.

Rossana, a due anni dalla scomparsa, cosa l’ha spinta a imbarcarsi in questa nuova avventura?
«Sentivo il bisogno di fare qualcosa di definitivo per Walter - racconta la compagna -. Ha avuto sempre tutto. È stato interpellato mille volte per raccontare di lui, del protagonista di tante avventure. Ma è sempre apparso più importante quello che gli era accaduto, piuttosto che lui come essere umano. Quello che aveva dentro non poteva uscire, schiacciato com’era dal peso dall’attualità, dalla forza di quello che gli capitava. Volevo quindi raccontare un Bonatti diverso».

Il film è stato realizzato con tanti documenti inediti. Quale l’ha colpita di più?
«È un’intervista fatta dalla Rai quando Walter aveva 25 anni. Era il 1955 ed era appena tornato dal K2. Era come un automa, paralizzato. Forse era per lo choc che aveva vissuto sulla montagna, forse era solo l’emozione, ma cercava le parole mentre si tormentava le mani. Era un ragazzo. Poi ci sono le immagini che abbiamo trovato per caso dentro quelle vecchie pellicole sparse per casa. È stata un’emozione immensa perché finora si erano viste solo le fotografie dei suoi viaggi più incredibili nei luoghi più sperduti della terra. Vederlo in video è qualcosa di unico. E pensare che tante volte sono stata lì lì per buttarle vie».

Per la realizzazione del film la vostra casa di Dubino, all’ingresso della Valtellina, è stata trasformata in uno studio di produzioni...
«Questa casa racconta la sua vita. Ci sono i suoi oggetti. La scena finale del film si chiude con un’immagine realizzata con un drone. Parte dal mio viso per poi alzarsi in cielo sopra la nostra casa e finire sulle tomba di Walter. Era l’unica maniera per collegarci alla sua morte».

Nella terza parte invece si parla del vostro legame e delle avventure che avete vissuto insieme. Ancora una volta in luoghi sperduti.
«Io ero un pochino restia. Ma in fondo abbiamo vissuto insieme per trent’anni e la sua vita ha finito per coincidere con la mia. Paola, la regista, è stata molto brava, perché mi ha convinta e il film racconta i nostri viaggi e le avventure che abbiamo vissuto insieme».

L’appuntamento con la prima del film è a Trento il 13 settembre alle ore 21 all’Auditorium Santa Chiara. Come si sente?
«È la mia prima volta e sono emozionatissima. È una maniera curiosa di presentare Walter e non abbiamo mai testato una cosa del genere. In fondo non avevamo un copione. Incoscienti come siamo ci siamo messe lì e abbiamo iniziato a raccontare tutto con un film».

federico.magni@ilgiorno.net