Sesto San Giovanni (Milano), 17 settembre 2016 - La Bcc di Sesto San Giovanni finirà a nozze con la Bcc di Carugate e Inzago. Ad annunciarlo, seppure ancora con le dovute cautele, sono direttamente i due istituti che, in un comunicato congiunto, parlano dell’avvio di un «processo di aggregazione». Obiettivo: «la creazione di un nuovo soggetto bancario, attraverso un’operazione di fusione». Scartate dunque le ipotesi di Carate Brianza e Barlassina - pure avanzate in primavera dalla Federazione lombarda delle Bcc, per traghettare definitivamente la banca sestese in acque sicure - la prescelta per il matrimonio d’interessi appare individuata.

«La decisione segue una serie di colloqui avvenuti nel corso dell’estate che hanno coinvolto i vertici delle due banche, al fine di verificare gli aspetti preliminari di fattibilità dell’operazione e di complementarietà delle due realtà - prosegue la nota -. Il progetto, sotto valutazione a partire dalle prossime settimane, apre interessanti opportunità per le due Bcc che, attraverso l’aggregazione, potrebbero presidiare in modo ancor più adeguato un territorio di grande valore sotto il profilo economico-sociale e ricco di potenzialità commerciali».

Resta l’amaro in bocca ai soci sestesi, che vedranno «sparire» la loro banca dopo 64 anni. D’altro canto la sentenza della Banca d’Italia, dopo le ultime ispezioni, non aveva lasciato spazio ad altre soluzioni: il rischio di non riuscire a rispettare i nuovi parametri anti default, sempre più stringenti, imponevano misure di intervento preventivo. E dire che la Vigilanza stessa aveva riconosciuto il grande lavoro svolto in tre anni dal consiglio di amministrazione per rimettere a posto i conti: alla luce di una nuova gestione sana, aveva «liberato» il patrimonio congelato nel 2012, quei 15 milioni messi a garanzia del credito deteriorato. Ma quella zavorra, nonostante la cura da cavallo, si attesta ancora sui 165 milioni.

La Bcc di Sesto era finita nel ciclone quattro anni fa: era l’ottobre del 2012 quando il cda guidato da Maria Bonfanti, al quinto mandato consecutivo, aveva dato le dimissioni, accogliendo «l’invito» di Bankitalia che aveva censurato l’operato dei vertici, in seguito anche sanzionati. Tra le irregolarità contestate: la mancanza di idonee garanzie per alcuni prestiti concessi a pochi imprenditori nel settore dell’edilizia. Crediti «anomali» presto finiti tra le sofferenze e non più recuperabili. In soli tre anni il cda guidato da Giovanni Licciardi è riuscito a «rettificare» 60 milioni, penalizzando il patrimonio di soli 20. Ma non è bastato.