Arese, 4 settembre 2017 - Depositate le motivazioni della sentenza con cui, nel mese di maggio, il Tribunale di Milano ha assolto con formula piena Paolo Cantarella e Giorgio Garuzzo, rispettivamente ex amministratore delegato e presidente di Fiat Auto, e altri tre ex manager Alfa e Lancia. I dirigenti delle case automobilistiche erano accusati di omicidio colposo nel processo con al centro una quindicina di casi di operai morti per forme tumorali provocate, secondo l'accusa, dall'esposizione all'amianto. Un passaggio delle motivazioni spiega come non sia stato "possibile accertare" se l'amianto, presente nello stabilimento dell'Alfa Romeo di Arese tra la metà degli anni '70 e metà anni '90, "abbia causato o concorso a causare i decessi per tumore polmonare o mesotelioma pleurico dei 15 lavoratori che" in quella fabbrica "hanno prestato per molti anni la loro attività, né a chi siano attribuibili tali decessi". 

Il verdetto di assoluzione, emesso dal giudice della nona sezione Paola Braggion, era stato in linea con gli altri recenti verdetti del Tribunale milanese che hanno assolto manager di grandi imprese che erano imputati per omicidio colposo e lesioni colpose per casi di lavoratori morti o ammalati per mesotelioma o altre forme tumorali dopo essere stati esposti senza misure di prevenzione, secondo l'accusa, all' amianto.

Come si legge nelle motivazioni del giudice Braggion, il processo ha dimostrato che "nel caso dei lavoratori deceduti per neoplasie polmonari di varia natura o di mesotelioma non verificabile con sufficiente certezza", non è stato «accertato, oltre ogni ragionevole dubbio, il nesso causale tra l'esposizione ad asbesto e la patologia che li ha condotti a morte". In altri casi, poi, si legge ancora nelle motivazioni, "verosimilmente e presuntivamente l'amianto aerodisperso nello stabilimento di Arese e inalato dai lavoratori ha contribuito a farli ammalare, ma non è possibile attribuire causalmente la responsabilità per tali patologie e i conseguenti decessi alle condotte dell'uno o all'altro degli imputati che, in determinati e non lunghi periodi di tempo, hanno rivestito posizioni di vertice nelle società Alfa Romeo e Fiat". I lavoratori, prosegue il giudice, "sono stati esposti indirettamente ad amianto nello stabilimento di Arese" e anche in "altre esperienze extralavorative" o "occupazionali prima dell'assunzione in Alfa" e "non si è potuto acclarare in alcun modo, quando ciascuno di essi abbia contratto irrimediabilmente e irreversibilmente la malattia, cioè quando si sia conclusa la fase di induzione, non determinabile in termini di mesi o anni dalla prima esposizione".