Vibram
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Albizzate (Varese), 5 novembre 2018 - «La leggerezza. Questo vogliono i grandi brand dello sport e del lifestyle dalle nostre suole. Ovvio, senza compromettere le caratteristiche tecniche». Paolo Manuzzi parla con frasi brevi, ogni tanto sorride quando racconta le sfide dell’azienda. È il direttore generale della Vibram, impresa da 190 milioni di euro di fatturato con stabilimenti produttivi in Italia, Cina e Usa. È entrato in azienda 25 anni fa nel commerciale, nel 1999 è stato mandato ad aprire il sito americano della società e ha guidato l’azienda nella poderosa crescita degli ultimi anni. Una crescita a suon di accordi con grandi marchi delle calzature sportive e non solo (sono 1.200 in tutto) e investimenti in ricerca e sviluppo. L’obiettivo è semplice: fare suole che non scivolino. Mai. In vetta all’Everest, nel fango di una foresta o sul ghiaccio bagnato. Qui e negli stabilimenti dell’azienda, di suole, ne vengono prodotte 40 milioni di paia ogni anno: la metà in Cina, un quarto a testa tra Usa e Italia. Per l’80% vengono applicate a scarpe che poi saranno vendute all’estero.

Siamo ad Albizzate, pochi chilometri da Varese, dove lavorano 257 dipendenti sui 759 totali della Vibram. Il fondatore Vitale Bramani ha portato qui l’azienda nel 1957. Lui, accademico del Cai con un negozio di articoli sportivi in centro a Milano, intuì che la gomma era adatta per le suole delle scarpe. E poteva salvare le vite in montagna, a differenza di canapa e cuoio. Del resto, l’esperienza di superstite di una tragedia in montagna a Punta Rasica nel 1935, dove erano morti sei compagni di cordata, lo aveva segnato. Così, grazie alla collaborazione con la Pirelli, nel 1937 viene brevettata la storica suola Carrarmato. Nel 1947 Vitale Bramani apre la prima fabbrica: si chiama Gomma Tecnica. Ha sede a Gallarate e, all’inizio, ci lavorano 40 operai. Nel 1957 la sede viene spostata ad Albizzate e prende il nome di Vibram (acronimo di VItale BRAMani). La consacrazione arriva con la spedizione sul K2. Il team di alpinisti italiani guidato da Lino Lacedelli e Achille Compagnoni equipaggiati con scarponi speciali con suole Vibram e confezionati dalla ditta Dolomite, conquista il K2: è un successo celebrato dalla comunità outdoor internazionale, e segna il debutto della “specializzazione” delle scarpe con l’utilizzo di modelli differenti per ogni specifica tappa della spedizione: trekking, marcia d’approccio, altitudine e alta quota.

La Vibram le suole in gomma adesso non le fa solo per scalatori, alpinisti e appassionati di trekking ma anche per le scarpe da lavoro e per i Marines dell’esercito americano. Le fa per i calzolai e pure per i marchi della moda che vendono scarpe da città. La gomma, però, non è tutta uguale: ogni tipologia di suole ha una sua mescola, una sua ricetta per la combinazione dell’elastomero (la gomma) e gli agenti chimici che le conferiscono particolari caratteristiche. Come fosse un dolce o una bevanda. «La lavorazione ricorda quella della pasta», afferma Manuzzi mentre mostra i blocchi di gomma solida che vengono caricati nel primo macchinario. La gomma viene impastata a caldo e stesa subito dopo in grandi pagine che vengono a loro volta divise in blocchetti. Questi pezzi di gomma vengono inseriti da un operatore in uno stampo che restituisce le suole. Alla fine tutte verranno tagliate a misura e cotte. «Il processo di lavorazione ha una forte componente manuale. Si può automatizzare solo fino ad un certo punto. Spesso è necessario il controllo umano», precisa Manuzzi.

La Vibram, però, realizza anche prodotti interi, non solo suole. Succede nel caso delle Five Fingers, un guanto minimalista di gomma con le cinque dita per il piede. «Fu una proposta di uno studente che stava facendo la tesi. Ci sembrava una grande idea e provammo a realizzarla accordando una percentuale con il ragazzo. Il progetto, però, non decollò subito, anche perché avevamo il timore di entrare in concorrenza con i nostri clienti. La prima collezione è del 2006». Nel 2009 esce “Born to run”, bestseller che esalta la corsa naturale, e dà una bella spinta alle Five Fingers. Le vendite così vanno bene fino al 2011. «Nel 2012 c’è stata una class action da parte dei consumatori americani – spiega Manuzzi – Le regole negli Stati Uniti sono diverse e abbiamo dovuto patteggiare. Abbiamo subito una frenata, in particolare negli Usa, ma le cose adesso vanno molto meglio e vengono usate tanto anche per l’allenamento in palestra». E le vendite delle scarpe non scarpe sono ripartite.