Leonardo Cazzaniga
Leonardo Cazzaniga

Saronno (Varese), 3 luglio 2018 - «È entrato un medico. Viste le condizioni di mio marito, mi disse che la situazione era compromessa, che non c’erano vie di uscita. Gli avrebbe somministrato un farmaco che lo avrebbe accompagnato serenamente alla morte». Lo vede in aula, lo riconosce. Maria Antonietta Sartori indica Leonardo Cazzaniga. È un’udienza che, con le prime testimonianze di familiari di pazienti deceduti al pronto soccorso di Saronno, ripropone, in termini ancora più drammatici, l’interrogativo alla base del processo in Corte d’Assise a Busto: Leonardo Cazzaniga, vice primario del reparto, ha eliminato senza pietà undici malati affidati alle sue cure, oppure agiva da medico umanitario per lenire le sofferenze di degenti ormai condannati, in attesa dell’“exitus” inevitabile? 

Maria Antonietta Sartori è la moglie di Pierfrancesco Leone Ferrazzi, bancario di Gerenzano (Varese), malato di un tumore partito dal colon scoperto nel maggio del 2008 proprio al pronto soccorso saronnese dove l’uomo morirà, a 54 anni, il 4 gennaio 2011. Tre anni a combattere contro il male, tre interventi chirurgici, uno a Tradate e due a Niguarda, chemioterapia, degenze. «Non aveva mai smesso di lavorare. Stava a casa dal lavoro solo il giorno della chemioterapia e quello successivo per riprendersi. Grazie alla chemio, ha sempre lavorato e viaggiato. È stato in Argentina. Siamo stati insieme in Scozia». Nell’ottobre del 2010 è costretto a rientrare da una vacanza in Romania. Sta male, temperatura a 39,5°, convulsioni. Il pomeriggio del 3 gennaio 2011 è in casa con la moglie, il figlio Andrea, una coppia amici, Adele Adorni, anestesista all’ospedale Valduce di Como, e il marito. Ha un mancamento. Il 118 lo trasporta al presidio sanitario di Saronno, proprio l’ospedale dove Ferrazzi aveva sempre rifiutato di essere curato perché non ne aveva un buon giudizio. «All’inizio era molto agitato, poi si è tranquillizzato grazie a un flebo. Ho pensato che l’avrebbero sedato. Mi hanno detto che l’intenzione era quella di stabilizzarlo». 

Maria Antonietta e i figli trascorrono una lunga notte accanto a lui. Nella mattinata il terribile annuncio fatto da Cazzaniga: è questione di ore. La famiglia non chiede spiegazioni sul farmaco. «Non ha chiesto il nostro consenso. Non ha spiegato di che farmaco si trattasse. Ci fidavamo. Ho pensato che facesse parte di un protocollo dell’ospedale». Il vice primario provvede alla somministrazione con una siringa. «Ricordo un liquido molto compatto, come lo sciroppo di un bambino, bianco. L’ha iniettato togliendo un tappino dal tubo della flebo. È stata l’ultima somministrazione di farmaci ricevuta da mio marito. Ho poi saputo che si trattava di 200 mg di Propofol (un sedativo - ndr). Mio marito è morto pochi minuti dopo. Ha fatto un respiro molto profondo. Speravo che ne seguissero altri. Non è stato cosi. Ci siamo messi a piangere tutti». Era arrivato anche il cappellano dell’ospedale. Sicura, viene chiesto, che a preparare la siringa sia stato Leonardo Cazzaniga? «Una settimana dopo la morte di mio marito sono andata in ospedale a ritirare alcuni documenti. Ho incontrato un medico che mi ha chiesto: ‘Allora, signora, ha elaborato il lutto?’. Mi è sembrata una domanda assurda. L’ho riconosciuto come il medico della siringa con il farmaco bianco. Nella mia mente ci sono tanti punti da completare, ma ci sono alcuni punti fondamentali».

Andrea, uno dei tre figli dei coniugi Ferrazzi, conferma nella sostanza la ricostruzione della madre. Riconosce Cazzaniga. «Ci ha detto che le condizioni di mio padre erano irreparabili. Ne abbiamo preso atto. Visto il suo stato, gli avrebbe somministrato un farmaco che lo avrebbe accompagnato verso una morte più serena». Adele Adorni, medico e amica, è di avviso diverso dalla famiglia sulle condizioni di Ferrazzi: «Era allettato, si alzava con fatica». Risponde affermativamente alla domanda dal pm Maria Cristina Ria se poteva essere considerato un malato terminale. Ricorda un colloquio con Cazzaniga, in quei giorni in ospedale a Saronno. Indica l’imputato che risponde salutandola con la mano.