Il cadavere di Antonio Faraci fu ritrovato all'interno della sua casa a Somma Lombardo
Il cadavere di Antonio Faraci fu ritrovato all'interno della sua casa a Somma Lombardo

Somma Lombardo (Varese), 4 dicembre 2018 - Omicidio Faraci: tre ergastoli. Dopo due ore e mezza di camera di consiglio, la Corte d’Assise di Busto Arsizio presieduta dal giudice Renata Peragallo, ha emesso la sentenza di primo grado: fine pena mai per Melina Aita, moglie della vittima, il pensionato Antonio Faraci, considerata la mandante dell’omicidio avvenuto nel 2014 a Somma Lombardo, nelle vicinanze di Malpensa, e per i due tunisini Bechir Baghouli e Slaeddine Ben Mida, scappati all’estero da anni e quindi condannati in contumacia, presunti esecutori materiali. Basiti i familiari della donna: «È un processo indiziario. Non ci saremmo mai aspettati una sentenza del genere».

I figli aggiungono: «Nostra madre è anziana e malata». I giudici hanno dunque accolto le richieste del pm Rosaria Stagnaro. Alla lettura della sentenza Melina Aita è rimasta impassibile. Il magistrato, durante una requisitoria durata tre ore, ha sostenuto sussistessero gli elementi per riconoscere agli imputati le aggravanti della premeditazione (questa solo per Aita e Bechir), della crudeltà, della minorata difesa e del rapporto coniugale che non riguarda soltanto Aita ma va esteso, per il pm, anche ai due presunti complici, consapevoli di aver assassinato il marito di un donna che aveva organizzato l’eliminazione del consorte. «Qui è stato ignorato il principio del ragionevole dubbio – commenta a caldo Pierpaolo Cassarà, avvocato della donna –, la mia assistita non aveva alcun movente per agire contro il marito. Hanno parlato di una relazione, ma senza prove. La mia assistita è stata sposata per 50 anni e non avrebbe avuto alcun vantaggio nell’ucciderlo. Ricorreremo in Appello».

Stessa linea per Marco Brunoldi, difensore dei due tunisini accusati di aver materialmente assassinato Faraci: «Nessuna distinzione tra le varie posizioni. Che non starebbero, secondo il quadro accusatorio sullo stesso piano. Anche noi faremo ricorso». Melina Aita non andrà, per ora, in carcere. La donna ha quasi 70 anni e soffre di una grave patologia. Il giudice disporrà una misura alternativa in attesa che la sentenza passi in giudicato. Il cadavere di Antonino Faraci, trafitto da tre coltellate e con un’ampia ferita al capo, fu trovato nella villetta di via Briante che condivideva con la moglie la sera del 12 aprile 2014. Sulle prime si ipotizzò una rapina finita nel sangue. Una settimana dopo, l’arresto della donna, sempre proclamatasi innocente. In seguito emerse anche il ruolo dei due tunisini, presunti esecutori materiali del delitto. Il movente? La relazione che, per gli investigatori, c’era fra Aita e Baghouli.