Stefano Binda
Stefano Binda

Milano, 10 luglio 2019 - La morte di Lidia Macchi. La tragedia della studentessa di Varese, non ancora ventunenne, massacrata con 29 coltellate la sera del 5 gennaio 1987 nei pressi di Cittiglio, tornerà domani davanti alla prima Corte d’Assise d’appello di Milano (presidente Maria Grazia Bernini). È il processo di secondo grado a Stefano Binda, 52 anni fra un mese, laureato in filosofia, compagno di liceo classico di Lidia e come lei militante di Comunione e Liberazione. Il 24 aprile di un anno fa la Corte d’Assise di Varese lo ha condannato all’ergastolo per omicidio volontario, aggravato dalla violenza sessuale, dalla crudeltà, dalla minorata difesa per avere agito all’improvviso su una donna inerme, di notte, nella solitudine di una zona boschiva, alla località Sass Pinin. Era caduta l’aggravante dei motivi abietti e futili. Il sostituto procuratore generale Gemma Gualdi, che sosterrà l’accusa anche nel dibattimento di secondo grado, nel suo ricorso chiede che questa aggravante venga invece riconosciuta.

Nei motivi d’appello i difensori di Binda, Patrizia Esposito e Sergio Martelli, poggiano su alcuni punti la richiesta di rinnovazione dibattimentale. Chiedono una perizia merceologica sul foglio dove venne scritta la prosa anonima “In morte di un’amica” (recapitata alla famiglia Macchi il giorno dei funerali di Lidia e subito attribuita all’assassino) per verificare se era stato effettivamente strappato dal quaderno ad anelli sequestrato in casa di Binda, a Brebbia.

Oltre a questo, va verificata quale fosse all’epoca la diffusione commerciale di quaderni come quello. Una perizia grafologica. Ascoltare l’avvocato Piergiorgio Vittorini, il penalista bresciano al quale si sarebbe rivolto un uomo per dichiarare di essere il vero autore di “In morte di un’amica” e di possedere un alibi per la sera dell’omicidio. La difesa di Binda contesta che ci fosse la necessità di affidare una consulenza allo psichiatra Mario Mantero. Sostiene il valore probatorio (e non semplicemente neutro) dell’esame sulle spoglie della vittima dal quale è scaturito un risultato importante: i quattro capelli trovati attorcigliati attorno ai peli pubici non appartengono a Binda. Per i difensori Stefano Binda merita l’assoluzione con formula piena per non avere commesso il fatto in base al primo comma dell’articolo 530 del codice di procedura penale e in subordine in base al secondo, «quando manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova». In subordine le attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti.

L’avvocato Daniele Pizzi, legale della madre e dei due fratelli di Lidia, si rivolge ancora una volta a Binda: «Nel corso del processo di primo grado ci siamo resi conto di come, al pari, purtroppo, di molti testimoni che erano sotto l’obbligo del giuramento, Stefano Binda non abbia mai raccontato la verità sulla morte di Lidia. Di qui un nuovo appello a lui, affinché colga questa ennesima occasione processuale per liberarsi la coscienza e per dire finalmente tutto ciò che sa. La speranza è che, prima che anche la Corte d’Assise d’appello si ritiri in camera di consiglio per emettere la sentenza, lui voglia prendere la parola e dire come sono andate realmente le cose».