Lidia Macchi
Lidia Macchi

Milano, 19 ottobre 2019 - «L’unica certezza processuale che possa dirsi raggiunta» è quella che Lidia Macchi venne uccisa da un amico e non da un maniaco, «un ipotetico e sconosciuto predatore sessuale». Ma l’amico divenuto assassino non era Stefano Binda, condannato all’ergastolo in primo grado dalla Corte d’Assise di Varese, in base a «stentoree e tetragone conclusioni offerte come verità raggiunta». «La ‘ricostruzione del delitto’ sia qui operata - sia quella del giudice della misura cautelare sia quella, solo in parte sovrapponibile, del primo giudice - non è sorretta da alcun riscontro probatorio, tanto da dover essere colmata nei suoi vistosi voli pindarici, con ragionamenti ipotetici e dettagli non fattuali».

Sono 262 pagine, costellate, irte di giudizi severi fino a essere taglienti, sia sull’ordinanza di custodia in carcere, sia sulla conduzione delle indagini sia, soprattutto, sul giudizio di primo grado: il consigliere relatore Franca Anelli motiva la sentenza con la quale, il 24 luglio, la prima Corte d’Assise d’appello di Milano ha ribaltato la sentenza di primo grado, cancellato il carcere a vita e assolto Stefano Binda con formula piena per non avere commesso il fatto dall’accusa di essere il massacratore di Lidia Macchi. Non è quest’uomo di 52 anni, una laurea in filosofia, che abita a Brebbia con la madre, la sorella e il nipote, il killer che la sera del 5 gennaio 1987, a Cittiglio, dopo averne abusato, uccise con 29 coltellate la studentessa di Varese, non ancora 21 anni, sua ex compagna di liceo classico, militante come lui in Comunione e Liberazione.

Secondo i giudici dell’Appello, Binda è stato giudicato colpevole in forza di un sillogismo. «L’impianto accusatorio - è uno dei punti più ‘tranchant’ della motivazione - si compendia in un unico indimostrato ‘sillogismo’: ‘In morte di un’amica’ (prosa poetica anonima recapitata alla famiglia Macchi il 10 gennaio 1987, giorno dei funerali di Lidia - ndr ) è stata scritta dall’assassino; Stefano Binda è l’autore de ‘In morte di un’amica’; Stefano Binda è l’omicida». L’inconsistenza apodittica dell’impianto accusatorio. Gli elementi emersi a suo favore. Ma anche la scienza ha giocato un ruolo «importante e dirimente» nell’assoluzione: «Non è lui ad aver lasciato tracce biologiche sulla busta spedita a casa Macchi per recapitarvi ‘In morte di un’amica’. Non è lui lui ad aver lasciato tracce biologiche sul corpo martoriato della persona offesa». Allora, chi ha strappato, lacerato la giovane vita di Lidia Macchi? «Ci si può - scrive la sentenza in uno dei suoi passaggi più delicati - spingere ad affermare - anche se ‘sottovoce’, con maggior prudenza, senza alcuna pretenziosità, solo deducendolo dai dati temporali di consumazione dell’atto sessuale e di quello omicidiario, che, con elevata probabilità, l’autore fu un individuo facente parte o comunque gravitante nel circuito relazionale della vittima (esteso anche a conoscenze e amicizia estranee a Cl e al Gruppo Scout ) e non già un bruto casualmente incontrato nel parcheggio dell’ospedale di Cittiglio». Un «intimo amico o semplice conoscente».

Binda, assistito dai legali Patrizia Esposito e Sergio Martelli, è stato in carcere per più di tre anni e mezzo, dalla mattina del 16 gennaio 2016 alla sera del 24 luglio scorso. Paiono essere dirette a lui, all’ex imputato di un crimine efferato, ora riconosciuto del tutto estraneo, le parole che concludono la sentenza: «A questo punto, liberare Stefano Binda da ogni accusa e da una custodia cautelare, motivata in principalità e a trent’anni dai fatti anche da un pericolo di interferenza e inquinamento delle prove ch’egli - ora è doveroso dargliene atto - non ha mai cercato di inquinare e che, una volta raccolte con la massima garanzia di genuinità, si sono dirette tutte a suo discarico, è decisione di giustizia non più procrastinabile».