Leonardo Cazzaniga in tribunale a Busto (Newpress)
Leonardo Cazzaniga in tribunale a Busto (Newpress)

Saronno (Varese), 30 ottobre 2018 - Come è possibile dimostrare che somministrare un farmaco palliativo a un paziente gravemente malato o in fin di vita possa essere definito un atto volontario per portarlo alla morte? Questo il “nodo” della questione, discusso ieri in tribunale a Busto Arsizio dai consulenti incaricati dalla Procura di valutare cosa abbia portato alla morte gli undici pazienti trattati da Leonardo Cazzaniga, ex viceprimario del pronto soccorso di Saronno, e dall’avvocato Ennio Buffoli, difensore dell’anestesista. I tre specialisti, in una relazione illustrata nella scorsa udienza, sostengono che Cazzaniga abbia somministrato farmaci in sovradossaggio e fuori dalle linee guida ospedaliere. 

Ieri si sono confrontati con l’avvocato difensore del medico, il quale li ha incalzati perché spiegassero alla Corte come sia possibile affermare che somministrare un certo tipo di farmaco in tempi rapidi, durante un trattamento palliativo, non sia semplicemente un modo per garantire al paziente la quantità necessaria di medicinale più in fretta. Più volte, anche durante il processo, Cazzaniga ha dichiarato di aver solo voluto «alleviare le sofferenze» dei pazienti e di non aver mai avuto intenzione di uccidere qualcuno. La prossima udienza sarà dedicata alle parti civili.