Leonardo Cazzaniga
Leonardo Cazzaniga

Busto Arsizio (Varese), 15 settembre 2018 - «Preleva a me e facciamo scendere il sangue buono»: la frase che secondo la dottoressa Simona Sangion dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) essere stata pronunciata da Leonardo Cazzaniga mentre porgeva il braccio all’infermiera Laura Taroni, sua amante, per il prelievo. Il “balletto” (o come l’ha chiamato la testimone il «pasticcio» di tre richieste di esami del sangue di Massimo Guerra, fatte e ritirate dalla moglie Laura Taroni, infermiera al pronto soccorso del presidio ospedaliero di Saronno; la quarta firmata da Leonardo Cazzaniga, all’epoca aiuto primario del pronto soccorso del presidio ospedaliero di Saronno e amante della Taroni. Guerra dimesso con valori incompatibili con un vivo. È uno degli interrogativi del processo di Busto Arsizio: se il sangue non appartenesse a Massimo Guerra (morto nel giugno del 2013) ma a Cazzaniga e se il campione ematico fosse stato alterato per poter consentire alla coppia Cazzaniga-Taroni (che condividono l’accusa di omicidio) che il marito della donna, in realtà sanissimo, soffriva di diabete mellito. L’Assise vede Cazzaniga imputato degli omicidi di undici pazienti in corsia e di quelli di tre familiari della Taroni: oltre al marito, la madre e il suocero.

Depone Simona Sangion, all’epoca a medico al pronto soccorso di Saronno. Ha patteggiato una condanna a un anno e 2 mesi, pena sospesa, per falso ideologico per avere certificato la presenza al pronto soccorso di Massimo Guerra, che non si trovava lì. «Ho visto – è il punto centrale della deposizione – Cazzaniga parlottare con la Taroni. Aveva un batuffolo di cotone sul braccio come se si fosse fatto fare un prelievo. Strano, ho pensato. Cazzaniga mi si è avvicinato e mi ha detto di chiudere la pratica di Guerra, di inviarla al suo medico curante, di dimetterlo con una prognosi di cinque giorni». Il pubblico ministero Maria Cristina muove un rilievo preciso: in una mail inviata giorni dopo a Nicola Scoppetta, primario del pronto soccorso, la Sangion scrive di avere visto Laura Taroni prelevare il sangue a Cazzaniga, di avere sentito la frase del medico: «Preleva a me e facciamo scendere il sangue buono»; di avere notato sulla provetta l’etichetta il nome “Massimo Guerra”. «Questo racconto – contesta l’avvocato Ennio Buffoli, difensore di Cazzaniga – non è stato riferito né ai carabinieri, né al pubblico ministero e neppure oggi in aula».

È il piomeriggio del primo novembre del 2012. Simona Sangion è in turno con Cazzaniga. “La Taroni è venuta da me con due provette in mano e mi ha detto se potevo richiedere degli esami del sangue, emocromo e analisi biochimiche, per il marito, che era diabetico. Poi è comparso anche Cazzaniga, che mi ha chiesto di fare un favore per Laura. Non ho visto Massimo Guerra, né prima né dopo». La richiesta di analisi viene inoltrata. Arriva una chiamata dal tecnico di laboratorio: il potassio è molto più elevato del normale, persino incompatibile con la vita. La Sangion ripete la richiesta di analisi. Tempo pochi minuti e Laura Taroni si fa viva per chiedere di annullare tutto, senza spiegarne il motivo. Qualche minuto ancora e la Taroni reitera la richiesta di analisi del sangue del marito, salvo annullare poco dopo anche questa. «Mi sono occupata d’altro – ricostruisce Simona Sangion –. Quando ho guardato la cartella clinica al computer, mi sono accorta di una quarta richiesta di esami. La firma era Cazzaniga Leonardo».

Segue il racconto del batuffolo sul braccio del medico e della sua richiesta di dimettere Guerra. «Qualche giorno dopo ho parlato del ‘pasticcio’ delle richieste di esami fatte e annullate a Scoppetta (Nicola Scoppetta, primario del pronto soccorso - ndr). Mi ha risposto che sapeva che avevo dimesso un paziente con 860 di glicemia. Ho chiesto spiegazioni e mi ha detto di lasciare perdere e che andava tutto bene. Successivamente gli ho scritto la mail».