Emanuele De Castro e, a sinistra, il figlio Salvatore
Emanuele De Castro e, a sinistra, il figlio Salvatore

Lonate Pozzolo (Varese), 17 ottobre 2018 - «Qui funziona la legge delle tre scimmie: non vedo, non sento e non parlo». Emblematiche le parole di un cittadino, rilasciate alle telecamere di una tv, dopo l’arresto di quindici persone accusate a vario titolo di spaccio ed estorsione, tra le quali Emanuele De Castro e suo figlio Salvatore. Il primo ha una lunga carriera criminale alle spalle, conclusasi con condanne per mafia a seguito delle indagini Bad Boys e Infinito, quest’ultima passata alla storia per aver decapitato i vertici della ’ndrangheta in Lombardia. De Castro era considerato il “luogotenente” delle locali di Lonate Pozzolo e Legnano, il numero due di Vincenzo Rispoli, il capo dei “ragazzi cattivi”. Non è stato arrestato per aver intrapreso nuove attività criminali, ma per aver violato oltre 15 volte la sorveglianza speciale a cui era stato sottoposto, una volta fuori dal carcere. Secondo gli inquirenti però, i tre gruppi di spacciatori inchiodati dall’inchiesta dei carabinieri di Busto Arsizio e coordinata dal pm Rosaria Stagnaro, avevano ottenuto da lui il “benestare” a vendere droga senza mettersi i piedi in testa l’uno con l’altro.

Tra questiil figlio Salvatore, al quale Emanuele aveva comprato un bar, l’Atlantic (ora passato ad altra gestione), appena dopo aver lasciato la cella. In quel locale, per la scarcerazione, era stato organizzato un party al quale il vecchio boss aveva invitato molti vecchi amici, tutti volti noti della criminalità locale. E sempre in quel bar De Castro Junior gestiva un giro di pusher di cocaina e riceveva i suoi fornitori, facenti capo a un altro spacciatore. A gestire i suoi affari era Michele Pagliari, che vendeva la polvere bianca dentro e fuori il ritrovo. Non la teneva mai con sé, però. Del compito aveva incaricato un quarantenne che la cocaina la consumava, stringendo con lui un accordo; custodire per lui lo stupefacente in cambio di qualche dose. Il “cavallino”, però, a un certo ne consumò oltre il consentito. Pagliari, allora, iniziò a minacciarlo perché pagasse il debito, fin quando questi non decise di tentare il suicidio impiccandosi in un capanno. Salvato dai carabinieri, raccontò tutto, facendo partire le indagini. E Pagliari, secondo l’inchiesta, continuò con le sue angherie arrivando a prenderlo a schiaffi davanti a tutti all’Atlantic, dopo averlo fatto prelevare da casa.

In quel bar lavoravano anche due giovani ragazze, in nero, che quando non hanno ricevuto il loro compenso, si sono lamentate. A “metterle a posto”, aggredendole, ci avrebbe pensato Emanuele De Castro in persona. Non vi sono imputazioni per mafia in questa inchiesta, ma ciò che sembra non essere mutato è la necessità di avere il placet della “famiglia”, per fare “affari” a Lonate Pozzolo. Era l’aprile del 2009 quando un’inchiesta della Procura di Milano portò in carcere, fra una quarantina di “Bad Boys”, anche Emanuele De Castro, parte della cerchia interna della locale di Legnano e Lonate Pozzolo, accusato di essere il responsabile della “bacinella”, ovvero la cassa di mutua assistenza per i detenuti. Il modello di affiliazione fu ricostruito dall’inchiesta: un gruppo di solidali legati alla ’ndrangheta all’interno e collaboratori esterni a cui era demandato il “lavoro sporco”. Per ripulire i soldi di pizzo ed estorsioni venivano utilizzate società di comodo o conti intestati a parenti e prestanome. Oggi i soldi dello spaccio De Castro junior li ha riciclati nel bar e nel Car Malpensa Parking a Ferno dove lavoravano (spesso in nero) alcuni dei suoi pusher, incaricati di guidare i pulmini per il trasporto dei viaggiatori di Malpensa. L’ultimo lato del triangolo dello spaccio, questa volta di marijuana, nell’inchiesta Atlantic è il chiosco del parco San Rafael a Lonate Pozzolo.

A gestirlo era Angelo Torquitto, con moglie e figlio. Lo stesso Torquitto, intercettato, avrebbe riferito a un altro indagato che Emanuele De Castro gli avrebbe inviato alcuni ragazzi per imporgli «di spacciare per suo conto». Lo stesso Torquitto, dopo aver subito un danneggiamento nel suo locale, avrebbe detto che a mandare gli autori del raid era stato «lo zio», alias De Castro, e che senza il suo permesso a Lonate Pozzolo «non si muove niente». Se uno degli uomini di punta del terzetto dello spaccio manifestava timore per Emanuele De Castro; un altro, Michele Pagliara, andava fiero della sua «protezione», forse perché lavorava fianco a fianco con il figlio Salvatore, in quel bar di Lonate Pozzolo dove lo stesso ex luogotenente della ’ndrangheta si faceva trovare spesso dietro il bancone, in barba alla sorveglianza speciale cui era sottoposto.