Stefano Binda
Stefano Binda

Varese, 14 aprile 2018 - Un appello diretto, personale e subito gli occhi dell’imputato si fissano sull’avvocato di parte civile. Gli sguardi si agganciano e non si lasciano per lunghi minuti. L’avvocato Daniele Pizzi, parte civile per la famiglia Macchi, si rivolge a Stefano Binda, processato per l’omicidio di Lidia: «Se davvero, come dice, non è stato lei ad uccidere Lidia, siamo assolutamente certi che lei sappia molto più di quanto non abbia detto finora: non deve temere di riferire circostanze a carico di altri, anzi deve riferirle. E se finalmente vuole togliersi questo masso dalla coscienza, questo è il momento. Lei, Stefano Binda, non è il fatto che le viene attribuito, lei è molto di più. Ed è questo molto di più che ci deve raccontare. Io ci spero. La famiglia Macchi ci spera».

La parte civile non può che associarsi alla richiesta di condanna avanzata, per l’accusa, dal sostituto procuratore generale Gemma Gualdi: ergastolo. Sera del 5 gennaio 1987, a Cittiglio. All’uscita dall’ospedale, dove ha fatto visita all’amica Paola Bonari, Lidia non incontra uno sconosciuto. Non urla. Lo fa salire sulla sua Panda. Sullo schermo in aula appare una slide: «Non è stata una fuga d’amore». Pizzi si discosta dalla tesi del sostituto pg. Fra Lidia e Binda non esisteva relazione sentimentale. Né Lidia poteva proporsi di aiutare un ragazzo finito nel gorgo della droga. Certo i due giovani si conoscevano, per la frequentazione del liceo classico e la militanza in Comunione e Liberazione. Quella sera non hanno appuntamento. L’auto di Lidia si dirige verso la collina del Sass Pinì, a Cittiglio. Compare un coltello. Nella solitudine tetra del Sass Pinì si consuma un rapporto non voluto. «Lidia - scandisce Pizzi - è stata violentata e il suo violentatore va punito». Si riveste approssimativamente. Qualcosa accade. Qualcosa che arma la mano dell’assassino che per 29 volte colpisce con il coltello. 

E' Stefano Binda il responsabile di tutto questo? La mamma di Lidia ha riferito che la figlia le aveva parlato di compagno di scuola che girava con uno stiletto. Binda non ha alibi per la sera dell’omicidio. Non è alla vacanza di studio che Gioventù Studentesca ha organizzato a Pragelato dall’1 al 6 gennaio dell’87. Su una cinquantina di partecipanti lo ricordano solamente in due. Gli elementi che lo accusano escono anche dalla casa di Brebbia. La carta di un quaderno è compatibile con il foglio su cui viene scritta “In morte di un’amica”, recapitata ai Macchi il giorno dei funerali. La frase “Stefano è un barbaro assassino”, sul retro di una versione di greco è una “confessione”. Patrizia Bianchi, che descrive gli strani comportamenti subito dopo la morte di Lidia, ne riconosce la grafia in quella di “In morte di un’amica”. Tutte coincidenze, si chiede l’avvocato Pizzi? Tutta una casualità? Solo “sfortuna” contro Stefano Binda?