La mamma di Lidia Macchi in aula a Milano per il processo d'Appello
La mamma di Lidia Macchi in aula a Milano per il processo d'Appello

Milano, 11 luglio 2019  -  È iniziato nell'aula della Corte d'Assise d'appello di Milano il processo di secondo grado a Stefano Binda, 51 anni, condannato nell'aprile 2018 dalla Corte d'Assise di Varese all'ergastolo per l'omicidio di Lidia Macchi, la studentessa trovata uccisa con 29 coltellate nel gennaio del 1987 in un bosco a Cittiglio, nel Varesotto. 

In aula sono presenti anche l'imputato, che si è sempre detto innocente, la madre e il fratello di Lidia, al loro fianco il legale Daniele Pizzi. Oggi la difesa, con gli avvocati Sergio Martelli e Patrizia Esposito, presenterà le sue richieste di riapertura del processo (nuove perizie e testimonianze) e poi i giudici (presidente Ivana Caputo) decideranno sulle istanze. Anche il sostituto pg Gemma Gualdi ha fatto appello perché, malgrado Binda sia stato condannato al massimo della pena, venga riconosciuta anche l'aggravante dei motivi abietti e futili, caduta in primo grado.

Paola Bettoni, la mamma di Lidia, si è commossa quando in aula è stata ripercorsa la tragica fine della figlia.  "Mi aspetto che Stefano Binda dica la verità - ha detto -. È sempre molto dura vederlo lui non mi ha guardata, non mi ha mai rivolto la parola o rivolto uno sguardo". Sulla lettera anonima inviata alla famiglia della ragazza, e considerata decisiva dagli inquirenti, la madre di Lidia ha aggiunto: "Quando è arrivata, il giorno del funerale, ho subito pensato che fosse stata scritta dall'assassino. Quando l'ho letta, mi ha dato impressione che descrivesse la morte di mia figlia". Questo pomeriggio i giudici d'Assise d'Appello decideranno se riaprire o meno l'istruttoria dibattimentale come chiesto dalla difesa di Binda, che punta a fare entrare agli atti del processo di secondo grado nuove perizie (una grafologica e l'altra merceologica) e altre testimonianze

Binda, arrestato nel 2016, si è sempre proclamato innocente, raccontando che nei giorni in cui Lidia venne uccisa era in vacanza con altri appartenenti a Comunione e liberazione a  Pragelato, in Piemonte. Tra gli elementi che hanno fatto riaprire il 'cold case' (le indagini furono avocate dalla Procura generale di Milano che le tolse ai pm di Varese) e hanno portato alla condanna all'ergastolo dopo oltre 30 anni dal delitto, però, c'è soprattutto una consulenza grafologica dalla quale risultò che Binda era stato l'autore della poesia 'In morte di un'amica' che venne inviata ai genitori della ragazza alcuni giorni dopo il ritrovamento del corpo.  Già fissata un'udienza per il prossimo 18 luglio per l'eventuale nuova attività istruttoria o per gli interventi delle parti. 

HA COLLABORATO GABRIELE MORONI