Varese, 3 marzo 2017 - «Non intendiamo accettare alcun risarcimento. Non un euro. Non vogliamo soldi, vogliamo soltanto giustizia per Giada». Sono le parole dei familiari di Giada Molinaro, la studentessa varesina di 17 anni investita e uccisa da un pirata della strada la sera dello scorso 14 settembre in via dei Mille a Varese. La loro posizione è affidata al legale della famiglia, Corrado Viazzo. Una dichiarazione ferma a fronte di un’offerta di quasi un milione di euro di risarcimento. Il pirata, Flavio Jeanne, cuoco di 24 anni, fu arrestato tre giorni dopo l’incidente. Ignorò gli appelli dei familiari della giovane a costituirsi, ignorò le suppliche della sua fidanzata a confessare ogni cosa. Fu bloccato a Sesto Calende mentre andava a lavorare dopo aver lasciato dal meccanico la Kia Rio grigia che travolse Giada. In officina aveva detto di aver «investito un cinghiale» per giustificare quel parabrezza sfondato ancora sporco del sangue della diciassettenne e quel fanale distrutto nell’impatto che gli agenti del comando di polizia locale di Varese ricostruirono dopo aver raccolto i frammenti lasciati sull’asfalto dal pirata in modo da individuare il modello dell’auto guidata dal fuggiasco.

Il 21 marzo Jeanne comparirà davanti al gup di Varese, Alessandro Chionna, per l’udienza preliminare. È accusato di omicidio stradale con le aggravanti dell’omissione di soccorso e della fuga. L’assicurazione del giovane si è fatta avanti proponendo di risarcire i familiari di Giada prima dell’inizio del processo. Ed è arrivato un rifiuto «secco della famiglia – spiega l’avvocato Viazzo –. Parliamo di una cifra molto importante: la compagnia assicurativa si è detta pronta a raggiungere la massima fascia risarcitoria in questo specifico caso. Parliamo di circa 300mila euro per ciascun genitore e a seguire cifre decrescenti per i familiari più stretti». Ma «la famiglia ha detto no – spiega l’avvocato –. Una decisione ragionata. Vogliono essere nel processo con la maggior forza possibile. Il che significa costituzione di parte civile». Accettare il denaro impedirebbe questa specifica costituzione nel procedimento: «I familiari, al massimo, potrebbero essere considerati parte lesa, una posizione processuale molto meno forte». Un risarcimento, poi, allevierebbe la posizione dell’imputato. «Non è quello che vogliamo – continua Viazzo – i miei assistiti vogliono giustizia, senza sconti, senza alleggerimenti. Una sentenza giusta, entro i limiti previsti dalla norma ovviamente, ma senza alcun alleggerimento». 

«Non è accanimento da parte nostra – mette i puntini il legale –. Si tratta di garantire giustizia a una giovane che, visto il comportamento dell’indagato, non ne avrebbe avuta senza l’eccellente lavoro svolto dalle forze di polizia». Jeanne si è pentito solo dopo l’arresto. Ha chiesto perdono. «Un perdono tardivo – dice Viazzo riportando esattamente le parole pronunciate qualche settimana fa da mamma Stefania e papà Pasquale –. Ha avuto paura. Nessuno lo mette in dubbio. Ma sino al momento dell’arresto ha cercato di sfuggire alle responsabilità, cercando tra l’altro di eliminare le prove dell’accaduto portando l’auto a far riparare». Jeanne, dopo l’arresto, ha confessato. «Ha ignorato gli appelli che i familiari di Giada gli hanno rivolto supplicandolo di costituirsi, mentre piangevano la figlia morta sotto i loro occhi praticamente senza sapere chi avesse spezzato quella giovane vita. Senza essere certi di riuscire ad avere giustizia. Quella che chiedono adesso».