Stefano Binda

Varese, 26 aprile 2018 -  Un anno di udienze. La Corte d’Assise di Varese ha condannato Stefano Binda per l’omicidio di Lidia Macchi, il 5 gennaio 1987, a Cittiglio. Le parti sono già proiettate verso il secondo grado. Anche se l’avvocato Patrizia Esposito ha dato la notizia del suo pensionamento, la difesa darà battaglia. Lo conferma l’altro difensore, Sergio Martelli: «Abbiamo ricevuto dai colleghi molte attestazioni di simpatia, nel significato greco della parola. Credo che questo rispecchi l’orientamento di parte dell’opinione pubblica». «La difesa - replica l’avvocato Daniele Pizzi, parte civile - ha definito ‘ingiusta’ la sentenza. Se c’è una cosa ingiusta, è la morte di Lidia, trucidata con 29 coltellate dopo una violenza sessuale. La Corte ha operato con attenzione e meticolosità»

«Si spettava la condanna all’ergastolo?». Scatta, immediato, secco, il «no» di Stefano Binda alla domanda del politico lombardo in visita al carcere di Busto Arsizio. Binda rafforza la negazione: «Non me l’aspettavo, è una condanna spinta». T-shirt rossa, pantaloni di una tuta blu, al polso quella che sembra la coroncina di un rosario, ciabatte infradito. Prima della visita, aveva lo sguardo fisso sul televisore che trasmetteva il servizio di un tg Mediaset sulla sentenza dell’Assise di Varese. Non ha molto desiderio di dialogo. Dà una risposta affermativa alla domanda se spera nell’appello ed esce dalla cella 9 al primo piano per infilarsi in un’altra. La divide con un detenuto albanese e con Vito Clericò, il pensionato di Garbagnate Milanese in carcere accusato dell’omicidio di Marilena Rosa Re, promoter di Castellanza, e dell’occultamento del suo cadavere. 

Un letto per Binda sul quale sono sparsi settimanali di enigmistica, un letto a castello per i suoi due compagni. Il televisore sopra la porta dei servizi igienici. Un tavolino dove Binda prepara il caffè per tutti e tre. Un altro con impilati i libri del cinquantenne di Brebbia, alle spalle una laurea in filosofia, primo “Chiamata e risposta” del teologo tedesco Anselm Gunthor. Clericò è il più ciarliero. «Prego sempre – dice – per la morta e per la mia famiglia. Sono disperato per mia moglie che non ha più la casa, è sotto sequestro. Viene a trovarmi mio figlio, ha 36 anni. Non so cosa mi è scattato quel giorno nell’orto, quando lei è caduta».

Brebbia. Maria Poli, la madre di Stefano Binda, ha trascorso il pomeriggio di martedì in attesa della sentenza chiusa in casa, le tapparelle abbassate. Quando ha ricevuto la chiamata dell’avvocato Sergio Martelli, difensore del figlio con Patrizia Esposito, era già stata informata dalle dirette televisive. «Andate avanti - si è raccomandata -. Avete difeso bene. Ci speravo». Su un prato verde smeraldo, trapunto di fiori, a lato della chiesa, è steso un grande telo bianco con poche parole in nero: «C’è un innocente detenuto a Busto Arsizio. Magre sponde». “Magre sponde” è l’associazione culturale di Brebbia di cui Binda era socio fondatore, impegnato soprattutto per cinema e musica. Lo striscione è stato collocato dopo la sentenza, è rimasto fino a ieri mattina, quando è stato rimosso dalla polizia municipale. Dice Francesco Porrini, portavoce dell’associazione: «Era un modo per essere vicini a Stefano e alla sua famiglia. È una sentenza già scritta. Hanno preso un ultimo, gli hanno cucito addosso l’abito del colpevole senza prove».

Le voci del paese consegnano un ritratto di Binda diverso da quello del personaggio problematico, bordeline, ex tossico, uscito dal processo. Il coro innocentista è unanime. Forti i dubbi su una giustizia che soltanto ora, dopo trent’anni, è arrivata a un primo approdo. “Da Amedeo” è il bar frequentato da Binda. «Quando – dice Amedeo Petullo – ho saputo dell’arresto sono rimasto incredulo. Subito dopo ho pensato: ‘Hanno sbagliato’. Era da me solo dieci giorni prima, tranquillissimo, come sempre, quando veniva a leggere i giornali, bere la sua birra, parlare di sport, di calcio e qualche volta di politica». Maria Angela Fiorin si spinge fino all’indignazione: «A Brebbia siamo in tremila, lo conoscono tutti e io lo conoscevo di più perché frequentava mio nipote. Gentile, colto, forse troppo. Sono convinta della sua innocenza e sono incavolatissima. Cosa c’è contro di lui? La lettera, uno dice che è sua e un altro dice di no. La droga, roba di trent’anni fa. Allora quanti italiani dovrebbero essere in galera?».