L'opera nel cavalcavia di viale Belforte
L'opera nel cavalcavia di viale Belforte

Varese, 17 aprile 2016 - Lo chiamano pittore, ex writer, tatuatore. «In realtà sono solo un creativo», dice lui con la consapevolezza di chi sa di valere molto. Andrea Ravo Mattoni, classe 1981, da qualche giorno è diventato un fenomeno virale sui social. Merito del suo murales, realizzato su uno dei pilastri della rotonda di viale Belforte, che riproduce la «Cattura di Cristo» di Caravaggio, sostituendo alla tecnica della pittura a olio la vivacità delle bombolette spray. L'opera, commissionatagli da Ileana Moretti, presidente dell’associazione Wg Art, fa parte del progetto Urban Canvas, che si propone di abbellire la città attraverso un ciclo di «tele urbane». Da giorni residenti e curiosi vanno quasi in pellegrinaggio ad ammirare questo piccolo capolavoro «di strada», dietro il quale si nasconde un percorso non banale e molta poca improvvisazione.

Andrea Ravo MattoniAndrea è infatti l’ultimo esponente di una vera e propria dinastia di artisti. Suo nonno Giovanni Italo si era distinto come illustratore delle figurine Liebig e Lavazza. Allo zio Alberto si deve invece l’invenzione del personaggio Lillibeth, mentre il padre Carlo si era dedicato all’arte comportamentale e concettuale. «Ricordo le giornate in compagnia di artisti come Morandini e Uboldi - racconta Andrea - e per questo cominciai giovanissimo a occuparmi di arte». Nel 1995 inizia come writer, poi nel 2001 approda all’Accademia delle Belle Arti di Brera, che ne raffinerà gusto e tecnica ma senza fargli dimenticare le sue origini di street artist. «Ho voluto fare un dono a Varese - spiega - perché l’arte deve avere una dimensione pubblica e sviluppare un rapporto con la città».

Il soggetto scelto ha una storia movimentata: realizzato da Caravaggio nel 1603 su commissione di Ciriaco Mattei, il dipinto fu venduto e passò di mano in mano fino a far perdere le proprie tracce per quasi 400 anni. Nel 1990 il quadro venne riscoperto grazie al curatore della National Gallery of Ireland. Oggi una traccia di quel racconto si cela anche in una scritta, visibile solo in controluce, che recita: «We will all be forgotten» (saremo tutti dimenticati). «Non dobbiamo essere sempre in ansia per dimostrare qualcosa - sottolinea Andrea - perché tutto è destinato a svanire. E l’inglese non è casuale: quel dipinto è rimasto per molto tempo nel Regno Unito, ma ora chi vuole può ammirarlo anche qui».

di GIUSEPPE DI MATTEO