Charlie Yelverton (a destra)  con Joao Kisonga. Al centro il presidente Angelo Gottani
Charlie Yelverton (a destra) con Joao Kisonga. Al centro il presidente Angelo Gottani

Buccinasco (Milano), 26 marzo 2017 - Prima ha salutato tutti i giocatori in campo, i Bionics e quelli della Casoratese. Poi è andato dai bambini, ha firmato gli autografi, ha stretto le mani a tutti i piccoli aquilotti, i baby cestisti di Buccinasco. Gli ha messo una mano sulla testa e ha dato una pacca sulla spalla a quelli più grandi. Un campione, una stella del basket, che ha fatto 120 chilometri per assistere alla partita di ieri sera nel palazzetto di Buccinasco, per «portare sostegno alla squadra e a Joao». Charlie Yelverton ha 69 anni ma ieri è tornato ragazzo, come quando giocava nel campionato statunitense Nba, quando ha fatto la storia, aderendo alla protesta nera e contestando le scelte di Nixon in tempo di guerra. Protestava anche per il razzismo in campo. Erano gli anni Settanta, ma le cose non sono cambiate. «C’è ancora lo stesso schifo – ha commentato il campione – e temo che le cose non cambieranno mai. La differenza tocca farla a noi».

Prima della partita ha parlato con Joao Kisonga, il 33enne centro dei Bionics, preso di mira in questi anni per il colore della pelle. La squadra aveva deciso che era il momento di dire basta, che le provocazioni razziste arrivavano troppo spesso, dagli spalti avversari e persino dai giocatori in campo. «Basta – avevano detto compatti i Bionics –, ci fermeremo ogni volta che sentiremo un insulto rivolto a Joao. A costo di perdere la partita». A sostenerli ci ha pensato Yelverton, che ha voluto parlare con Kisonga: «Gli ho detto che non deve mai reagire. Che quello che può fare è dimostrare in campo la sua forza, la passione per questo sport. Non deve cedere alle provocazioni, non deve giocarsi la carriera per queste persone squallide».

All’intervallo, nei dieci minuti di pausa con i giocatori negli spogliatoi, Yelverton ha preso il microfono. L’ha introdotto il presidente dei Bionics Angelo Gottani che ha ringraziato il campione perché la sua presenza è un «simbolo, un segnale forte per dire no al razzismo e per sostenere tutte le vittime di questi comportamenti. Discriminazioni che non si devono più tollerare: la Federazione deve intervenire e nei prossimi giorni verranno organizzate altre iniziative per dire no a ogni forma di razzismo in campo e fuori». L’ex cestista ha parlato ai bambini, perché «sono loro il futuro di questo sport – ha detto Yelverton –. E se c’è qualcuno che può fare qualcosa, sono proprio i piccoli. Dobbiamo però continuare a fare squadra e provare, almeno, a cambiare le cose».