Trezzano sul Naviglio (Milano), 8 settembre 2018 - Una persona in portineria fornisce le indicazioni a chi varca il cancello alla ricerca di questo o quell’artigiano. Altri lavoratori, dietro al bancone, servono la colazione a chi si prepara ad una lunga giornata di attività nella «Cittadella dei Mestieri e degli Artigiani». Apparentemente, nella fabbrica recuperata di via Boccaccio, nulla è cambiato da 26 luglio quando, nell’ambito di un’inchiesta giudiziaria, la cooperativa Ri-Maflow è stata accusata di traffico illegale di rifiuti con l’aggravante dell’associazione a delinquere e il suo rappresentante legale, Massimo Lettieri, è finito in carcere. In realtà, molte cose sono diverse. A cominciare dall’umore dei lavoratori, compagni di vita e di mille battaglie, per continuare con gli spazi e le risorse a disposizione della cooperativa nata sulle ceneri del fallimento della Maflow, azienda un tempo leader nella produzioni di componenti per automobili.

L’inchiesta ha messo i sigilli, tra le altre cose, anche ai conti correnti e da un mese i lavoratori non ricevono il salario. «La cooperativa porta avanti le sue attività attraverso contratti di servizio – spiegano Gigi Malabarba e Luca Federici - con i conti congelati e il sequestro dei registri economici, siamo bloccati. Non possiamo svolgere attività, non possiamo pagare i salari, le tasse, i contributi e l’iva. Stiamo sopravvivendo grazie ai contributi che ci hanno donato le associazioni e le persone che lavorano con noi, che credono in noi. Ma stiamo dando fondo alla cassa di resistenza, ormai è agli sgoccioli». Per i lavoratori di Ri-Maflow, la strada è sempre stata in salita. Ora lo è di più. Eppure, anche in questi momenti di sconforto e sofferenza per un loro “fratello” in carcere, in quel luogo figlio di altri tempi una cosa non è cambiata: il sogno Ri-Maflow.

La resilienza, il continuo perseguire percorsi sociali mirati a creare un’economia sana, basata sulle esigenze della persona e non sulla rincorsa al profitto: sono questi i punti cardine di un’esperienza che ha dato lavoro a 120 persone, ridando dignità a donne e uomini, 50enni tagliati fuori dal mondo del lavoro. In quegli spazi in cui l’ideologia si respira a pieni polmoni tanto da diventare tangibile, come nel caso dell’amaro Partigiano, o della rete di economia sociale “fuorimercato” realizzata insieme a Libera e Caritas, il sogno Ri-Maflow prosegue. «Siamo stati risucchiati in una vicenda più grande di noi. Dando gambe alle nostra storia, raccontandoci e lasciando che siano le persone che ci conoscono, che ci stimano, ci hanno appoggiato e che si fidano a esprimersi sul nostro operat , smonteremo una per una le accuse infamanti che ci hanno rivolto – proseguono –. Domenica, alle 16 abbiamo organizzato un’assemblea pubblica in cui illustreremo quanto successo e la nostra storia. Dal principio, quando partendo dal riciclo e dal riuso, abbiamo dato vita ad un’esperienza più unica che rara, almeno in Italia». Poi concludono con il motto all’ingresso della fabbrica: «Se lavorare è un reato, arrestateci». Con l’occasione verrà portata avanti la raccolta firme per l’appello e la una sottoscrizione per sostenere la Cooperativa, Massimo Lettieri e la difesa processuale.