Sofia Goggia

Bergamo, 10 ottobre 2018 - Sofia Goggia a sei anni sognava e a ventisei (ancora da compiere) vinceva un’Olimpiade. Ma oltre a tecnica e talento innato, cosa serve per diventare campionesse? Ha provato a spiegarlo lei, da atleta; ma ci hanno provato soprattutto Ivan Mazzoleni, Business Digital Transformation Lead in Microsoft e presidente Prato Nevoso Team, Giuseppe Vercelli, responsabile Area psicologica della Juventus e ideatore del modello Sfera; e Claudio Ravetto, ex direttore tecnico squadre nazionali Fisi.

Si sono riuniti ieri alla Microsoft House di Milano per affrontare, tra tanti temi, anche quelli dell’educazione allo sport, del ruolo che assumeranno le nuove tecnologie nell’allenamento degli atleti e dell’importanza di concetti come Growth mindset e antifragilità. A dare un contributo decisivo c’è stata proprio l’esperienza della Goggia. La sciatrice bergamasca è reduce da un’annata trionfale: a PyeongChang è diventata la prima italiana della storia a conquistare il titolo olimpico in discesa libera e nella stessa specialità ha conquistato la coppa di disciplina 2018. Con ventidue podi in novanta gare di coppa del mondo disputate (cinque vittorie) è diventata il punto di riferimento di tutto il movimento azzurro. E lei la sua dimensione, la vive come un successo professionale a trecentosessanta gradi: «Ogni tanto penso a me come a una piccola azienda, che per funzionare, deve circondarsi di persone con alte competenze. Prima il team building, poi la parte legata alla nostra individualità. E uno sportivo, in questo, cresce prima di uno studente. Deve trasformarsi nell’imprenditore di se stesso, preparandosi a dialogare con la propria mente e rendendosi conto che il sistema non può sostituirsi all’atleta».

Lucida e consapevole, anche se dopo PyeongChang, oltre che “samurai”, si era definita anche “pasticciona”. «Samurai per come avevo affrontato quei giorni. Pasticciona nella vita di ogni giorno. Quando ero là ho controllato tutto nei minimi dettagli e seguito (come un samurai) un codice di comportamento. Dopo aver sbagliato il Super G, mi sono concentrata al massimo. In realtà durante l’Olimpiade non stavo nemmeno bene fisicamente: faticavo a far le scale per un dolore al ginocchio. Ma agganciati gli sci, sapevo di poter far bene». Sofia ha fatto cose grandiose, ma sulla strada che sta percorrendo ci sono sempre gli stessi sogni: «L’obiettivo è sempre lo stesso: sciare fortissimo. Penso di essermi allenata bene, di aver programmato un percorso e averlo vissuto passo dopo passo con consapevolezza e serenità. Rispetto all’anno scorso mi sento decisamente cresciuta; ho cercato di lavorare sul gigante, con cui avevo perso confidenza, e sono fiduciosa che la strada intrapresa mi potrà aiutare». La strada di un’atleta come Sofia è già segnata, ma durante l’evento è stata proprio lei a voler lanciare un messaggio a chi deve ancora costruirsene una: «Vi auguro di poter avere una visione raggiungibile grazie a piccoli passi giorno dopo giorno; di accontentarvi senza mai accontentarvi; di focalizzarvi sulle cose da fare e non solo sul risultato». Forse per questo, i piccoli sciatori presenti, hanno insistito per una foto e un abbraccio alla fine del meeting. Perché Sofia dà l’impressione di essere un fenomeno sugli sci e una campionessa senza.