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28 nov 2021

Vent'anni senza George Harrison, il chitarrista dei Beatles che si convertì all'India

Scomparso per un tumore a Los Angeles a soli 58 anni, fu un elemento chiave della band di Liverpool. Per sua volontà le ceneri furono disperse nel Gange

Una bella immagine di George Harrison, chitarrista dei Beatles
Una bella immagine di George Harrison, chitarrista dei Beatles

Los Angeles - Sono passati vent’anni da quando George Harrison, chitarrista dei Beatles nato a Liverpool il 25 febbraio 1943, si è spento a Los Angeles il 29 novembre 2001, all’età di 58 anni per un tumore al cervello sviluppatosi dopo un cancro secondario ad un polmone. Nelle sue ultime volontà l’indicazione per le ceneri: raccolte in una scatola di cartone, sono state sparse nel sacro fiume indiano Gange, come da tradizione induista. 

Alla notizia della morte, un fiume di fan si era radunaro presso gli studi di Abbey Road, luogo simbolo dell’epopea beatlesiana: la maggior parte di loro non era neanche nato quando i Beatles raggiunsero la fama mondiale. Il suo nome figura per due volte nella Rock and Roll Hall of Fame, citato nel 1988 per la sua partecipazione nei The Beatles e nel 2004 per la sua carriera solista. Harrison è stato cantautore, polistrumentista, compositore, attore, produttore cinematografico e discografico. 

Dal 1960 al 1970, ricorda Italpress, è stato il chitarrista solista e cantante dei Beatles e dopo lo scioglimento del gruppo avvenuta nel gennaio 1970, con la seduta di studio della canzone scritta da Harrison “I Me Mine”, ha intrapreso la carriera solista. Durante gli anni il famoso gruppo realizzò venticinque canzoni, e tutti gli album contenevano generalmente due o più brani di sua composizione, come “While My Guitar Gently Weeps”, “Something” e “Here Comes the Sun”.

 Dopo lo scioglimento, Harrison si avvicinò ancora di più alla cultura e musica indiana, e assieme al musicista indiano Ravi Shankar organizzò, nell’agosto 1971, “The Concert for Banglade”, primo concerto benefico nella storia della musica, in cui parteciparono anche Starr, Clapton, Shankar e Bob Dylan. Nel 1956 fondò assieme al fratello maggiore e ad alcuni amici il gruppo dilettantistico “Rebels”, intanto lavorava come elettricista. 

Poco dopo, nel 1958, un compagno di scuola, tale Paul McCartney, notato il suo talento lo presentò a John Lennon, che aveva fondato il gruppo dei “Quarrymen”. Ecco qui, in embrione, l’inizio di tutto: di una storia che avrebbe cambiato per sempre la musica mondiale, influenzato i giovani di tutto il mondo, rappresentato un fenomeno unico che era diventato stile inimitabile e che tutt’oggi resta tale.

Nei primi mesi del 1960 il gruppo, dopo aver cambiato vari membri e nomi (gli unici componenti fissi furono George, Paul e John), adottò il nome definitivo, ideato da Lennon e Stuart Sutcliffe, uno studente dello stesso istituto d’arte frequentato da John che divenne bassista del gruppo. La prima composizione firmata da Harrison come compositore individuale fu “Don’t Bother Me”, inclusa nell’album “With the Beatles” (1963). George in seguito continuò a scrivere: altre sue canzoni sono “You Know What to Do” (1964, mai registrata ufficialmente) “I Need You”, “You Like Me Too Much”, “If I Needed Someone”, “Think for Yourself” (del 1965), “Taxman”, “Love you to” e “I Want to Tell You” (1966).

 La moglie Olivia Harrison rimase accanto a Harrison fino alla sua morte nel 2001, dopo la quale si dedica alla musica del marito, alla ripubblicazione dei suoi dischi e ai progetti insieme agli altri Beatles. Alcune volte sminuito a torto, “il terzo” dei Beatles, in qualità di autore e produttore fu in realtà molto più attivo di quanto si creda. Alla fine degli anni sessanta furono infatti numerose le sue produzioni per la Apple a favore di artisti come i Badfinger, Jackie Lomax e i Radha Krishna Temple

Desideroso di intraprendere progetti individuali e sempre incline alla sperimentazione musicale, in quel periodo Harrison si cimentò nella musica d’avanguardia per la colonna sonora del film “Wonderwall Music” (1968) di sapore orientale, e con “Electronic Sound” (1969), un esperimento non troppo riuscito di musica elettronica pubblicato dalla Zapple Records. Quando i Beatles si sciolsero Harrison aveva solo ventisette anni, aveva comunque trovato la sua identità musicale ed era pronto per iniziare la sua carriera da solista. Il vero e proprio esordio avvenne con “All Things Must Pass” (1970), un album ambizioso e di grossa mole in cui poté mettere pienamente in luce la maturità artistica raggiunta. 

Come riflesso dei suoi interessi umanitari e soprattutto dopo le spiacevoli vicende fiscali seguite al Concerto per il Bangladesh, nell’aprile 1973 Harrison istituì la Material World Charitable Foundation, una fondazione con cui volle supportare attivamente vari progetti di beneficenza in tutto il mondo. Nel 1974 Harrison fondò una propria etichetta discografica, la Dark Horse Records, la cui prima scrittura andò all’amico e maestro di sitar Ravi Shankar. Con lui, tra novembre e dicembre di quell’anno, Harrison effettuò una tour di cinquanta concerti tra gli Stati Uniti e il Canada: le critiche suscitate dal tour americano però contribuirono a favorire il graduale distacco di Harrison dalla ribalta.

Nella seconda metà degli anni Settanta le sue apparizioni pubbliche furono sporadiche, Harrison continuò a pubblicare nuovi album, registrati per lo più nel suo studio privato a Friar Park, uno tra i più sofisticati del mondo. Le vendite dei dischi si mantennero su livelli piuttosto buoni e gli fruttarono qualche altro successo di media classifica. Nel 1975 pubblicò l’album “Extra Texture” (Read All About It) che portò al successo il singolo “You”. L’anno seguente uscì, invece, “Thirty-Three & 1/3” che portò al successo i singoli “This Song” e “Crackerbox Palace”. Negli anni ottanta ridusse notevolmente l’attività musicale e si dedicò prevalentemente alla produzione cinematografica, ottenendo buoni successi internazionali soprattutto come produttore esecutivo dei film dei Monty Python. 

Sul fronte discografico, l’album “Somewhere in England (1981) subì parecchi ritardi e uscì sul mercato in un’edizione differente da quella inizialmente prevista. Il singolo, a cui parteciparono lo stesso Ringo, Paul e Linda McCartney, diventò un immediato successo, raggiungendo il primo posto in Canada, il secondo posto negli Stati Uniti e quasi tutte le Top 20 internazionali. Nel 1987 l’album “Cloud Nine” segnò il prepotente rientro di George Harrison sulla scena musicale e ottenne un notevole successo. Molto tempo ormai era passato dai fasti dei Beatles: negli anni novanta George Harrison, ormai appagato sotto molti punti di vista, si divise senza fretta tra la cinematografia e una comoda attività musicale. 

L’unico risultato in studio fu il secondo capitolo della saga dei Traveling Wilburys, ironicamente intitolato “Traveling Wilburys Vol. 3” (1990), che ottenne un buon successo commerciale. Il meditativo Harrison tra un progetto e l’altro non fece parlare molto di sé. Dopo “Anthology dei Beatles”, nel 1995 lavorò alla compilazione di “In Celebration:, un box antologico di Ravi Shankar. Nelle note di copertina del cofanetto ebbe il privilegio di essere definito il vero padrino della world music, consacrazione che ben riassume la sua breve quanto intensa carriera.

I Beatles a Milano
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