Milano, 25 settembre 2021 -  - “Se c’è il green pass bisogna riaprire il mondo della cultura, delle arti, dello spettacolo dal vivo in maniera irreversibile al 100%. E senza mascherina”. Claudio Trotta, classe 1957, fondatore di Barley Arts e di Slow Music, da oltre quarant’anni baricentro della musica dal vivo e degli spettacoli, capace di aver messo in calendario oltre quindicimila concerti dai Queen agli Ac/Dc, dai Pearl Jam a Bruce Springsteen che dal 1999 ha portato in Italia per 33 volte, va dritto al punto.

Parte dall’esigenza primaria di tornare a lavorare, ma “con una visione diversa rispetto al passato. Non dev’essere soltanto pigiare quanta più gente possibile in uno spazio”. Sia chiaro, Trotta - uno degli ultimi promoter di peso specifico rilevante a essere rimasto indipendente, che ormai si contano sulle dita di una mano – vuole ancora “portare 60mila persone al Circo Massimo per Springsteen”, ma il mondo dello spettacolo non è fatto solo dei grandi numeri, che “da un punto di vista finanziario sono una realtà molto importante, ma da un punto di vista della quotidianità sono la minoranza. La maggior parte delle iniziative legate alla cultura sono da 50 a 3-4mila persone – mette in chiaro Trotta -. Un mondo fatto di chi vive gli spettacoli come attività quotidiana con cui portare a casa da mangiare per la propria famiglia, chi suona nei piano bar, nelle orchestre da ballo, chi lavora nelle gallerie d’arte, chi fotografa, chi realizza strumenti musicali e poi i tecnici”.

Quella realtà che “è stata bandita e criminalizzata da quando, nel maggio del 2020, nel pieno della pandemia e in concomitanza con il decreto relativo ai voucher, Assomusica ha detto che non si sarebbe potuto organizzare più nulla. Tutto rimandato. E questo ha fatto pensare che il mondo dello spettacolo fosse ricco, in un certo senso ludico, senza alcuna valenza sociale”. Tanto che ancora oggi nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, la cultura è considerata importante solo in quanto business e la parola Musica non è presente. Quando invece bisognerebbe lavorare non solo seguendo una logica speculativa bensì la diversità e la qualità. Oltretutto, ribadisce Trotta, “nella sua maggioranza lo spettacolo è fatto da eventi di dimensioni che possono evitare il rischio assembramenti”. Peraltro “il mondo dello stare insieme ha generato svariati protocolli che sono stati apprezzati, ma non adottati. Nei Cts dei due governi che si sono succeduti durante la pandemia non c’è stato mai nessuno che arrivasse dallo spettacolo. E oggi quel mondo è ancora al palo”. Nel frattempo “hanno chiuso teatri, club, promoter locali e circa il 70% delle maestranze italiane della cultura dal vivo ha cambiato lavoro. E quando potremo ripartire ci ritroveremo a fare i conti con un enorme problema di professionalità”.

Anche per questo “le grandi produzioni internazionali dovrebbero limitare gli spostamenti, basta andare in giro per l’Europa con camion che trasportano palchi, luci, audio. In ogni luogo e nazione ci sono aziende validissime con professionisti altrettanto preparati. In questo modo si tornerebbe a dare fiato alle risorse territoriali. Con una valenza ecologica ed economica”. Trotta lo ha fatto. Con il format del Comfort Festival, concerti dal vivo a capienza ridotta, in parchi e aree verdi, dove lo spettatore è a suo agio per vivere un’esperienza. La prima edizione al Parco Bassani di Ferrara è andata bene. “Ora puntiamo a consolidare il format con le edizioni 2022 e 2023, ma lì a Ferrara per il Comfort non voglio andare oltre le 10mila presenze”. E poi ci sono comunque i grandi concerti. Entro fine mese dovrebbe arrivare dal Governo il via libera a una riapertura all’80%.

In ogni caso, “al di là del fatto che, per decreto, lo stato di emergenza finirà il 31 dicembre, credo si debba iniziare un processo psicologico, sociale e culturale di uscita dall’emergenza. Pensiamo ai bambini piccoli che dal passeggino hanno visto mamma e papà con la mascherina, alle nuove generazioni così liquide nei cambiamenti di umore, di interesse, di miti e idoli e da due anni non partecipano a uno spettacolo dal vivo. Rischiamo danni irreversibili non soltanto economici. Perché lo spettacolo è solo e unicamente dal vivo – mette i puntini Trotta -. Perché esiste da due milioni di anni, mentre la musica riprodotta ne ha 100/150, quella digitale una ventina e lo streaming è ancora ai primi vagiti. Stiamo crescendo delle generazioni che non sanno cos’è uno spettacolo dal vivo, questo è un disastro. E non sto parlando solo di economia bensì della mente delle persone, della loro cultura che è l’equilibrio delle persone. Se non si inizia immediatamente un processo di avvio al dopo emergenza rischiamo danni irreversibili”.