Steven Spielberg e... Lo Squalo
Steven Spielberg e... Lo Squalo

"Tra i registi di oggi? Mi piace molto Steven Spielberg". Chi conosce il cinema e la biografia di Ingmar Bergman sa bene quanto fosse arido di complimenti verso i colleghi. Eccetto che per Tarkovskij e il suo avvicinare il cinema quanto più possibile al concetto di sogno, arrivandolo a definire il più grande di tutti, i giudizi di Bergman erano spesso severissimi. Ammonì Welles come "una bufala", Godard con un ben più esplicito "noia fott*ta" per l'artificiosità delle sue opere destinate - secondo lui - più alla lusinga dei critici che non al far breccia nel cuore degli spettatori.

Con Spielberg no, era diverso. Tanta era la stima nei confronti dell'allora nemmeno trentenne cineasta (stima reciproca, Spielberg si è sempre professato bergmaniano) dall'arrivare addirittura a fargli visita sul set de "Lo squalo" (lo trovate su CHILI). Ma perché? Da dove nasceva tutta questa ammirazione? Bergman vedeva in Spielberg e nel suo cinema d'intrattenimento d'autore, l'esplicitazione di quell'anima giocosa che il maestro lasciava trasparire tra le righe delle sue pellicole; la stessa che negli anni Sessanta gli fece esclamare in un'intervista divenuta poi celebre: "Preferirei di gran lunga vedere Goldfinger che non un film di Antonioni". Ma, soprattutto, Bergman era curioso. Da buon uomo di cinema era affascinato dalla meccanica degli squali scenici. Per "Lo squalo" ne furono costruiti tre da Joe Alves con Steven Spielberg che osservava. Un modello intero per le riprese subacquee e per le uscite del muso e due mobili; quest'ultimi cavi da un lato, così da permettere ai tecnici al loro interno di manovrarli. La principale attrattiva del racconto de Lo squalo ha rappresentato, al contempo, la sua problematica numero uno.

I prototipi di Alves erano infatti soggetti a molteplici malfunzionamenti che causarono continui ritardi alla lavorazione e un lievitare del budget oltremodo preoccupante. Qualcosa di cui Spielberg si rese conto già il giorno del collaudo. Al primo tuffo in mare uno degli squali di Alves naufragò sul fondale. La causa era ad attribuirsi all'impianto idraulico in tilt a causa di un'infiltrazione d'acqua salata. Quel giorno, profetico per certi aspetti, Spielberg coniò per lo squalo difettato il soprannome de il grande bastardo bianco. Laddove però un qualunque altro regista si sarebbe arreso dinanzi al moltiplicarsi delle difficoltà per Spielberg divenne un'opportunità narrativa (e di crescita) con cui arricchire di senso il racconto. L'impossibilità di mostrare la minaccia ittica in tutto il suo splendore fisico infatti permise a Spielberg di amplificarne la portata orrorifica di tensione drammaturgica giocando registicamente di dettagli e soggettive voyeuristicamente hitchcockiane.

Una manipolazione delle intenzioni sceniche e della percezione del pericolo da parte dello spettatore resa per mezzo di un formidabile gioco chiaroscurale di detto/non detto, di appena mostrato e perlopiù dedotto, che vive dell'aperto contrasto ontologico tra classicissimi jump-scare “di genere” e la sua natura da thriller alla luce del sole. Ne deriva così una lezione ragionata di costruzione della suspense di puro terrore tangibile e palpabile che trova terreno fertile nelle molteplici sfumature dell'impianto narrativo de Lo squalo. L'immediatezza del linguaggio filmico abilmente costruito dallo Spielberg regista veloce (e arguto, si regalerà perfino un Effetto Vertigo/dolly zoom da far impallidire lo stesso Hitch) conferisce al racconto vivacità e una modernità senza tempo. Le caratterizzazioni compiute, classiche e già iconiche di personaggi come Brody (Roy Scheider), Hooper (Richard Dreyfuss) e Quint (Robert Shaw) finiscono con il dare colore e spiccata e mutevole umanità alle compenetranti dimensioni individuali degli agenti scenici. Infine il valore drammaturgico di una climax che nel ridisegnare i contorni del racconto secondo gli stilemi di un autentico kammerspiel in mare aperto finisce con il porsi come inimitabile bricolage narrativo tra la lucida (e tragica) follia melvilliana di un Quint moderno Achab, e la pura magia hollywoodiana in campo lungo degna del finale di "Casablanca" con cui vestire Brody e Hooper dei panni di novelli Rick e Renault.

Prima che con i suoi quasi ottocento milioni di dollari "Star Wars: Episodio IV - Una nuova Speranza" ne polverizzasse il record, "Lo Squalo", con i suoi 470 milioni di dollari, detenne il record di maggior incasso della storia del cinema. Un successo frutto di una precisa strategia di distribuzione globale che permise al film di passare alla storia – oltre che per gli evidenti meriti artistici – come il prototipo del blockbuster estivo moderno. Vincitore di tre Oscar nel 1976 (Miglior sonoro, montaggio e colonna sonora), il film prese anche la nomination come miglior film (ma vinse "Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo") ed ebbe il merito di ricalibrare il profitto potenziale del prodotto filmico nonché la ridefinizione del suo status di asset industriale/fenomeno culturale commerciabile. In buona sostanza il massimo splendore artistico-economico della New Hollywood che va a coincidere, ironicamente, con l'inizio della sua fine. Nei successivi quattro anni infatti assisteremo al crollo del sistema cinema (principalmente) sotto i colpi ciminiani de "Il cacciatore" e "I cancelli del cielo", ma anche di pellicole come "Shining" e "Toro scatenato". La rischiosa e (spesso) sperimentale libertà autoriale del film come opera d'arte lascerà il posto al controllo creativo in mano agli Studios e al film come investimento sicuro. E poi? Dopo "Lo Squalo" Spielberg farà sua la lezione new-hollywoodiana consolidandosi nel palcoscenico postmoderno ora sul fronte registico-narrativo ora gettando le basi produttive del cinema d'intrattenimento d'autore per ragazzi ("Gremilins, "Ritorno al futuro", "I Goonies"). Prima di tutto questo però c'è Lo squalo. Il primo turning point nella carriera di Spielberg. L'inizio di un'ascesa irresistibile.

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