Stefano Mordini sul set de La scuola cattolica
Stefano Mordini sul set de La scuola cattolica

di MANUELA SANTACATTERINA«Non è stato né facile. Non sono stato bene in quel frangente». Racconta così Stefano Mordini la difficoltà di girare alcune delle scene più emotivamente forti de La scuola cattolica, film presentato Fuori Concorso a Venezia 78 ad un anno di distanza da Lasciami andare, film di chiusura della precedente edizione della Mostra. Adattamento dell’omonimo romanzo di Edoardo Albinati, il film ripercorre uno dei fatti di cronaca nera più atroci della storia del nostra Paese, il delitto del Circeo, in cui due amiche, Rosaria Lopez e Donatella Colasanti, furono sequestrate e torturate da Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira. Nel cast del film un gruppo di giovani attori strepitosi, da Benedetta Porcaroli a Luca Vergoni, affiancati da Valentina Cervi, Valeria Golino, Jasmine Trinca, Riccardo Scamarcio e Fabrizio Gifuni.

L’IMPUNITÀ
«Abbiamo eliminato i riferimenti al fascismo e alla droga perché per noi era importante prendere quel racconto e identificarlo in quello del maschio che usava e vedeva la donna come un oggetto. In quegli anni il delitto del Circeo generò un dibattito. Lo stesso Pasolini sottolineò che quella violenza non era solo appannaggio della borghesia ma anche nella borgata. Volevamo portare attenzione al tema dell’impunità. Portare quella storia all’oggi e far diventare quella responsabilità di tutti».

LA COLLINA DEI CILIEGI «La canzone di Lucio Battisti dice tutto. Identifica il periodo, è struggente per quelle immagini. Il testo sembra un sintesi di quello che avremmo voluto non succedesse. Paradossalmente, nonostante l’aria di leggerezza che sembra suggerire, è un momento molto duro del film».

LA RESPONSABILITÀ «Edoardo Albinati nel romanzo scrive che nascere maschi è una malattia incurabile. E la nostra responsabilità come maschi è importante. Albinati lo ha fatto rilanciando che questa storia non è finita. È come Pennywise. It torna, il Male non è finito. La volontà era quella di continuare a parlarle di quello che era accaduto attraverso una storia che la mia generazione conosce molto bene ma in una chiave che possa portare un nuovo contributo, di riflettere sul concetto di impunità. C’è un limite che il film dichiara: anche un altro gruppo di ragazzi va al Circeo e davanti a due ragazze trova il limite, gli altri no. Questo film parla anche di questo, della necessità di mostrare quel limite».

LE REAZIONI «Spero che il film abbia un impatto sugli spettatori più giovani. La figlia sedicenne di un mio amico ha visto il film ed è rimasta molto colpita. Dopo ha dichiarato al padre: “Non prenderò mai un passaggio da chi non conosco”. Questo racconta della deriva di una fiducia riposta nelle mani sbagliate. Ho pensato che, anche solo per questo, qualcosa abbiamo fatto».

IL TEMPO «Il film è costituito di cellule narrative che non hanno una vera necessità di aprirsi e chiudersi. Era doveroso nei confronti di Donatella e Rosaria usare il tempo in modo parallelo per dare loro giustizia e mostrare che è accaduto tutto in un attimo e che il germe di quel male già c'era».

VENEZIA 78: la sezione dedicata

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