Clint Easwtood in Cry Macho
Clint Easwtood in Cry Macho

di ALESSANDRO RICCI - Qualche tempo fa il “vecchio Clint” si prendeva cura dei suoi due figli lottando con un povero maiale. Era il 1992 e il film, da lui diretto e interpretato, era Gli spietati, un successo straordinario di pubblico e di critica, tanto da far rivalutare l’anima e la virtù di un regista e di un attore che prima era stato ingiustamente sottovalutato, se non apertamente osteggiato. Da quel momento si guarda a Clint Eastwood come a un autore talentuoso, un cineasta completo con un tocco epico e nostalgico, romantico e crepuscolare; un tocco che avrebbe mantenuto in tutti i suoi film successivi. Ma chi è veramente Clint Eastwood? Una domanda che sembra legittima, ma non lo è: gli artisti parlano con la propria arte, si affidano ad essa per esprimersi, per confessarsi e non va considerata la loro vita reale. Clint è o è stato reazionario come l’ispettore Callaghan, è veramente taciturno come il William Munny de Gli spietati, è arrabbiato e disilluso come in Million dollar baby, è rassegnato come in Gran Torino?

Rispondere a queste domande è difficile, e possiamo solo apprezzare la bellezza dei suoi film, dei suoi personaggi con la consapevolezza che una parte di lui è sicuramente presente in essi, ma è possibile e probabile che un lato del suo carattere sia in un film e un altro lato sia in un gesto, in una battuta, in un primo piano. Come dimenticare i primi piani di Clint girati da Sergio Leone nella trilogia western più famosa del cinema; forse lì c’era già tutto Clint Eastwood, ma questa potrebbe solo essere una nostra richiesta di uniformità, una richiesta di regole, l’esigenza comprensibile ma non legittima di ordinare tutto, anche il processo e il percorso creativo di un cineasta. Clint Eastwood ha 91 anni e il 2 dicembre usce in Italia Cry Macho – Ritorno a casa, l’ultimo lungometraggio che ha diretto e interpretato. Possiamo quasi essere certi sarà un grande film, e lo si deduce dal trailer e dalla sua presenza preponderante, mostrando un evidente atto di amore verso il cinema e ai suoi spettatori.

Il vecchio Clint non si giudica, non si rinchiude in schemi prefissati, lo si ama e basta. Sembrava che in Gran Torino avesse consegnato il suo testamento come attore con una scena finale strepitosa, ma oggi Clint è ancora qui a faticare come regista e come attore, a fare questo “sporco e duro” lavoro perché qualcuno lo deve pur fare. Bene. Ha recitato in film indimenticabili e ha diretto capolavori, per i quali gli attori e tutti i collaboratori hanno vinto premi e riconoscimenti, e non hanno potuto che parlare benissimo di lui e ringraziarlo. L’atmosfera dei suoi set è sempre eccellente e i suoi attori sempre messi nelle condizioni di dare il meglio. Così raccontano Tim Robbins, Sean Penn, Morgan Freeman, Matt Damon e Leonard DiCaprio, alcuni dei suoi interpreti più bravi e famosi. Ricordano che lavorare con Eastwood è un’esperienza eccezionale e altamente formativa, per la sua calma e la sua maestria, la sua sicurezza.

In fondo le opere di Eastwood rimandano a un codice morale, non ipocrita e di facciata. I suoi personaggi agiscono cercando di salvare quel poco di onore che gli uomini riescono ad avere, non sono falsi e accettano le conseguenze delle proprie azioni. Solo questo basta per amare l’arte di Clint, senza la pretesa di conoscere perfettamente l’uomo e anzi accettandone le contraddizioni.
Appunto, in Cry Macho, interpreta il ruolo di Mike Milo, ex stella del rodeo e ora allevatore di cavalli in declino, che nel 1979 accettò l’incarico di un ex boss di riportare a casa il figlio dal Messico. Costretto a percorrere strade secondarie nel loro viaggio verso il Texas, l’improbabile coppia affronta un viaggio inaspettatamente arduo, durante il quale l’allevatore di cavalli, ormai stanco di tutto, trova dei legami imprevisti oltre che il suo senso di riscatto.

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