Franco Battiato
Franco Battiato

ERE GEOLOGICHE. Franco Battiato è morto nel lungo limbo una malattia che ruba la vita senza darti subito la morte. Non lenibile neppure con “La cura”. A noi ha rubato anzitempo Franco, la sua presenza assenza, il suo pensiero canzone, la sua anti lettura del Novecento. Per negazione e frattura, ma come un siciliano può, imparando dai filosofi, dai contadini e dal vulcano, partendo dal tutto. Il giovane Battiato fa il primo passo da Catania a Milano, si guarda allo specchio e abbandona un irragionevole pop per l’avanguardia tout court, scegliendo i nuovi linguaggi sperimentali del secolo veloce. Lui è un autodidatta feroce, finisce in Germania con Stockhausen, tende a frequentare e studiare, a scendere nel profondo. Fetus, Pollution, Sulle corde di Aries, Clic, perché già semantico è il suo percorso.

E’ un minatore che cerca lo zolfo per accendere l’anima. Destruttura la musica partendo dal suono, con un uso futurista del flusso elettrico, e dal suono reinventa la parola, sono anni memorabili di performance contro, perché non protette dall’ambito accademico ma date in pasto al pubblico alternativo del pop. Apre i concerti di Brian Eno, Tangerine Dream,John Cale e Nico, nel leggendario Festival al Parco Lambro lui c’era. Sono anche gli anni milanesi di Battiato, del circolo della casa editrice Adelphi con Roberto Calasso e Fleur Jaeggy, del misticismo sufi di Gurdjieff e dell’esoterismo di Guenon, del nucleo creativo con il violinista scaligero Giusto Pio e Juri Camisasca. Franco tende a inglobare, espellere, ritessere con nuovi colori e segni la sua tela.

Lo fa con l’elettronica, la classica, il pop, il rock, con un linguaggio che diventa un ironico ed ermetico nuovo lessico di Babele. E Adelphi è la nuova biblioteca di Babele. Si prende talmente sul serio da farne un gioco per chi sa e non sa, con il capolavoro della trilogia pop del Cinghiale Bianco, tre album (l’Era del Cinghiale Bianco, La Voce del padrone, Patriots) per conquistare come Napoleone l’hit parade con la parodia implacabile e geniale della stupida canzone di successo e molto altro, nella musica e nei testi. Nell’intenzione del sotto testo.

Da “Centro di gravità permanente” e “Cuccurucucu” al grido straziato di “Povera patria”, perché doloroso e partecipe, politico ma non partitico, è lo sguardo dell’artista sul mondo. Amo la nostalgia rivoluzionaria di “Prospettiva Nevski”. Abbandona il successo prima di venirne espulso e scrivere diventa per lui ricerca spirituale, da “Un oceano di silenzio” a “E ti vengo a cercare”, la spiritualità dell’amore fino al brivido ancestrale di “Stranizza d’amuri”. Franco ama rompere la forma e ricomporla, come nel suo manifesto lennoniano del rock, “Shock in my town”, mettere con fatica i mattoni di un’opera contemporanea, arrendersi alla potenza della poesia visionari affidando la penna al filosofo pianista Manlio Sgalambro, altro genio fra il free jazz e il simbolismo allegorico di Umberto Eco. Battiato è un autodidatta, la sua libera forza, coltissimo e curioso, si muove ormai nella rarefazione post moderna di un pensiero alto, lievita dalle cose terrene, lui che amava sufi e dervisci danzanti, tappeti, meditazione e canto.

“Strani giorni” è un’altra canzone da tenere vicino al letto, un lampo nel buio e nel futuro. Amava il mare di ottobre, in una spiaggia solitaria, fra Catania e l’Etna, fino all’ultimo vestito, suppongo. Il suo rifugio a Milo, sulla muntagna, monastico e sobriamente estetico, abbracciato dal silenzio. Ha ricantato i Fleurs del suo canzoniere italiano spogliandolo di ogni pop appeal, spolverandone l’anima, disseminandone il sentimento. Scegliendo, dopo l‘opera contemporanea (via di fuga agli effeti collaterali della canzone), il cinema, con passione, e la pittura. Ulisse sedentario che aveva lasciato il mondo per la sua Itaca. Navigando dalla sua fienstra di notte, per non perdere la rotta. Perché aveva scelto da tempo di abitare anche altrove. L’ho vissuto da lontano, con stima, pudore, complicità e affetto. Odiava il jazz.