Milano, 20 maggio 2018 - Una rivolta. Una festa rock. Un “movimento romantico”. Un generoso tentativo di cambiamento che si rivela, nel tempo, malinconica illusione. Una frattura negli assetti sociali e culturali, con conseguenze di lunga portata. Il Sessantotto è stato tutto questo e molto altro ancora. E adesso che ricorrono i suoi 50 anni, vale la pena discuterne origini e caratteristiche, senza il sapore acidulo delle commemorazioni retorica. Movimento internazionale che porta alle proteste in Francia, Germania, Usa e nei paesi dell’Est sotto dominio sovietico. Nell’Italia difficile, arrivano poi “l’autunno caldo” delle manifestazioni operaie e “gli anni di piombo” del terrorismo. In Francia, tutto si spegne nella fiammata del jolì mai. Ne scrive pagine eccellenti Giampiero Mughini in “Era di maggio”, per Marsilio. Sono “Cronache di uno psicodramma” redatte da un intellettuale colto e severo che in quella primavera, fresco di laurea, è lettore d’italiano al liceo Hoche di Versailles e vive le proteste studentesche dilagate per le strade parigine e concentrate soprattutto nel Quartiere Latino, luogo sacro dell’università. I dibattiti animati dall’ironia dei “situazionisti”, le belle ragazze, gli intellettuali affascinati dalla “fraternità erudita”. E “le barricate entusiaste”. Ma poi? Nell’estate, a tensioni finite, la Francia torna sotto il controllo del governo del presidente De Gaulle. E dunque, quella stagione, rivista oggi con la memoria vigile e gli occhi disincantati? Mughini è sincero: «Un romanzo sentimentale intensissimo ma breve». 

Solo una fiammata, allora? No, una frattura, comunque, spiega Edgar Morin in “Maggio 68 - La breccia”, Raffaello Cortina Editore: la riedizione di alcuni articoli scritti “a caldo” per “Le Monde” da un protagonista della cultura già allora molto autorevole. Spiega Morin: «Il Maggio francese non fece crollare la borghesia, ma aprì una breccia sotto la linea di galleggiamento di quel transatlantico magnifico che sembrava avviato verso un radioso futuro». Rivolta generazionale, utopia libertaria molto composita: Lenin e John Lennon, il surrealismo e la fantasia, Marcuse e Che Guevara, il rock e il teatro d’avanguardia, il femminismo e tanto altro ancora. C’è ancora un modo, per leggere quella stagione. Ed è indagarne l’anima nera, le follie delle droghe. Lo fa Giancarlo De Cataldo con un romanzo carico di tensioni, “L’agente del caos”, Einaudi: la storia immaginaria di Jay Dark, agente provocatore incaricato da un ufficio speciale della Cia d’intossicare di Lsd e poi d’eroina i movimenti artistici d’avanguardia e i gruppi studenteschi contestatori, dapprima negli Usa e dopo anche a Londra e in Italia. Dark si muove tra servizi segreti, trafficanti, intellettuali visionari, ragazze libere e ideologi ex nazisti. Spaccia e corrompe. Vaneggia di libertà, semina disordine. Quel che resta, dopo il suo passaggio tra i coetanei in rivolta, è dolore.