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La nostra realtà così piena di ombre e menzogne

Inganni. Teoria di menzogne. Ombre su ombre. La nostra storia ne è piena

di ANTONIO CALABRO'
Ultimo aggiornamento il 11 febbraio 2018 alle 10:26

Milano, 11 febbraio 2018 - Inganni. Teoria di menzogne. Ombre su ombre. La nostra storia ne è piena. Vi fa i conti Annibale Canessa, ex colonnello dei carabinieri, in “L’estate degli inganni” di Roberto Perrone, Rizzoli: un amico ai vertici del Mossad, lo spionaggio israeliano, gli consegna un clamoroso dossier sulle responsabilità del leader libico Gheddafi nella strage alla stazione di Bologna, nell’agosto 1980. La fiction percorre strade che la verità giudiziaria non consente, tra ipotetico, verosimile e vero. Ma aiuta a capire il groviglio d’interessi che si celano dietro gli atti di violenza. Ecco Canessa in azione, tra spie, killer, tensioni internazionali e trame politiche, dagli anni Ottanta a oggi. Una vita sospesa, tra senso della giustizia e cinismo: “L’Italia può sopportare tutto, tranne la verità”. La realtà non è mai come sembra anche nelle pagine di “Follia maggiore” di Alessandro Robecchi, Sellerio.

C'è un inganno perfino nello scenario, Milano: metropoli internazionale e aperta, ma sordida e criminale, in tanti suoi anfratti. Tutto comincia con la morte di Giulia Zerbi, traduttrice letteraria, aggredita sotto casa, alla Maggiolina, quartiere di belle ville, benestante borghesia. Sembra una storia di balordi, una rapina finita male. Ma... Nelle pagine entrano personaggi complessi, Umberto Serrani, finanziere, una vita passata a “mettere al sicuro” soldi d’oscura origine, un tempo innamorato della Zorzi e adesso mecenate della figlia, talentuosa cantante lirica, Carlo Monterosso (autore di programmi Tv trash, protagonista degli altri romanzi di Robecchi), i poliziotti Ghezzi e Carella e altri ancora, tutti molto ben raccontanti. Ombre. Ossessione dei rimpianti. E agonia del ceto medio. C’è una Milano “dolente, sgocciolante, incazzata”. E un fastidio “per la sciatteria del male”: troppa frenesia per il denaro, sino al crimine, alla corruzione. Ci si salva con la musica? Anche. Soprattutto se le note sono quelle ironiche e cariche di vita di Gioacchino Rossini. E di Bob Dylan. Dai delitti lombardi alla cupezza della criminalità di Palermo. Con “Malanottata” di Giuseppe Di Piazza, HarperCollins, romanzo inquieto e ben ritmato tra fiction e autobiografia. Tutto comincia nell’estate del 1984, con il ritrovamento del cadavere di Veruska, una bellissima prostituta cecoslovacca, picchiata a morte e sfregiata. Le indagini di polizia s’incrociano con quelle d’un giovane cronista, Leo Salinas, mestiere intelligente e spesso doloroso nelle stanze frenetiche d’un quotidiano del pomeriggio, “L’Ora”. Dietro la morte di Veruska si svelano innamoramenti profondi e passioni torbide, la “guerra di mafia” che fa contare mille morti in pochi anni e le trame di chi mescola interessi e violenza. Si perde l’innocenza e la si rimpiange. Si cerca comunque giustizia. E crescono le proteste civili. Grazie a un buon giornalismo: “Come sempre, come tutto, Palermo rendeva compatibili delizie e paure”.

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