Milano, 29 luglio 2018 - Geografie originali. Dei luoghi e dell’anima. Racconti, dunque. Di viaggi lungo le strade di paesi e città e nel profondo dei ricordi e delle emozioni. Perché ogni viaggio fa il suo viaggiatore, trasformandone sentimenti e visione del mondo. Un circuito virtuoso. Lo racconta Il mare di pietra ovvero “Eolie o i 7 luoghi dello spirito” di Francesco Longo, Laterza. Un arcipelago così carico di diversità di vegetazioni e colori da scatenare alterni stati d’animo, legati comunque da un’analoga inquietudine: il rapporto profondo con l’energia d’un vulcano, vitale anche se apparentemente silente. Longo le esplora tutte, seguendo pure suggestioni d’altre civiltà e altri mondi: le stradine di Panarea che solo d’agosto s’animano di chiassosa mondanità, i pendii di Stromboli e Vulcano, i sentieri erti di Filicudi e le grotte di fronte alla “canna”, pinnacolo alto e snello come fosse una scultura di Giacometti, le campagne di Lipari, i viottoli verso le rade case ospitali di Alicudi. E le contrade di Salina, silenziosa e discreta, con le ville bianche immerse nel verde di vigneti, pini, fichi e felci. Vita. E memoria. In isole amate da letteratura e cinema (“Il postino”, per citarne uno solo, in ricordo di Neruda e degli sguardi di Massimo Troisi)

I viaggi portano alla riscoperta d’antiche storie e leggende. Come sa bene Giorgio Ieranò che in Arcipelago, Einaudi, racconta l’Egeo, “il mare dei miti”. Lì si possono seguire le rotte degli dei e degli eroi cantati da Omero, di Ulisse innanzitutto. E incrociare le vie dei commerci con quelle della poesia. La radice identitaria che lega tutto è “la luce”, che dà caratteri particolari al bianco dei muri delle case, al rosso delle rocce e dei tramonti (“il mare colore del vino”), alle innumerevoli variazioni d’azzurro del mare. Dimensioni fisiche. E letterarie: «L’Egeo è lo spazio d’una metafora incessante. Le sue isole sono, in tutti i sensi, entità in perenne movimento. La stessa parola greca nesos è forse connessa al verbo nechomai, nuotare. L’isola è dunque una terra che nuota, che vaga nel mare». Ci sono isole aspre, come racconta Marcello Fois nelle pagine di In Sardegna non c’è il mare, Laterza. L’immagine più nota agli occhi turistici è quella della Costa Smeralda, ricchezza esibita e impasti di mondanità. Ma altro si vede, “navigando da Posada ad Arbatax”, dalla costa della Gallura a quella della Barbagia. E poi, archiviate le stagioni assolate, proprio l’interno mostra caratteri sorprendenti: le rocce, il freddo, i paesi antichi, i costumi pastorali e le città di borghesia colta. La lingua ruvida e tagliente. E la forza dei suoi scrittori, a cominciare da Grazia Deledda, premio Nobel nel 1926, e di tutti coloro che con lei hanno comunque dovuto fare i conti, Salvatore Satta e Sergio Atzeni, Giuseppe Dessì e Gavino Ledda e tanti altri ancora. Sardegna carica di simboli della proprio storia. E molto italiana.