Milano, 4 febbraio 2018 - “Oro”. Un metallo prezioso, cardine dell’economia. Ma anche un simbolo, che vuol dire ricchezza. Scambi. E fiducia. Ne scrive per Il Mulino, con competenza e linguaggio chiaro, Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d’Italia. Raccontandone storia e valore. “Un relitto barbarico”, lo definiva nel 1924 John Maynard Keynes, grande economista. “Oro”, dunque, è una parola anacronistica? Tutt’altro. Perché fa ancora da fondamento del denaro. E garantisce affidabilità dei paesi che lo posseggono nei depositi delle Banche Centrali (l’Italia ne ha 2.500 tonnellate, il quarto detentore al mondo dopo Federal Reserve Usa, Bundesbank tedesca e Fondo Monetario Internazionale). Rossi racconta quando i nazisti cercarono di impadronirsi dell’oro della Banca d’Italia, poi delle crisi valutarie, dell’evoluzione dei mercati, delle monete virtuali. E dei dibattiti per vendere l’oro delle banche centrali e cambiare il volto dell’economia. Ma la vendita non si fa. L’oro resta, con un valore che supera il suo “stretto uso industriale” e continua a confermare la sua natura: motore di fiducia. Perché? Un enigma, ma “perfettamente razionale”. C’è un altro aspetto dell’oro: l’ossessione per la ricchezza. Che genera squilibri. Inevitabili, in certi limiti. Ma purtroppo crescenti. Sino alla loro sempre più diffusa inaccettabilità. Mettendo in discussione mercati, economie, culture liberali e, in fin dei conti, la stessa democrazia.

Se ne preoccupa, con lucida intelligenza, Luigi Ferrajoli, filosofo del diritto, nel “Manifesto per l’uguaglianza”, Laterza, partendo dall’idea che “il principio di uguaglianza è non soltanto un valore politico e la principale fonte di legittimazione democratica delle pubbliche istituzioni, ma soprattutto un principio di ragione che dovrebbe informare qualunque politica sulle sfide globali da cui dipende il nostro futuro”. I diritti di libertà e laicità sono messi alla prova dei confronti religiosi e culturali. I diritti sociali affrontano inedite tensioni create da mercati globali e speculazioni finanziarie (come si redistribuiscono i redditi e si definiscono le politiche sociali in Europa?). Bisogna costruire risposte accettabili. E ridare attualità all’uguaglianza su cui le nostre democrazie hanno il loro fondamento. Come? Una risposta sta nelle pagine di “Future Energy, Future Green” ovvero “Antologia del verde che c’è già e di quello che verrà”, una raccolta di saggi curati per Mondadori Università da Maurizio Guandalini e Victor Uckmar: analisi e proposte su temi cruciali per uno sviluppo sostenibile: ragioni dei cambiamenti climatici e accordi internazionali da rispettare, scarsità delle risorse naturali (a cominciare dall’acqua), tutela dell’ambiente come asset fondamentale d’una più equilibrata crescita economica, Industry 4.0 e nuove tecnologie di fronte alle sfide della sostenibilità. Insomma, “l’economia alla prova dell’impronta ecologica”.