Milano, 11 marzo 2018 - A scrivere s'impara. Attenzione, senso della bellezza e delle proporzioni, semplicità. Rispetto per le parole e per chi le legge e le ascolta. Lo racconta bene Claudio Giunta, professore di Letteratura all’Università di Trento, in “Come non scrivere”, Utet. con “consigli ed esempi da seguire, trappole e scemenze da evitare”. Come l’ironia del sottotitolo suggerisce, l’aspetto è quello di un manuale. La sostanza è però molto più intensa: “Non si impara a scrivere leggendo un libro sulla scrittura, così come non si impara a sciare leggendo un libro sullo sci”, sostiene Giunta, ma avendo chiaro ciò di cui si scrive, cinema o sport, storia o scienza che sia e tenendo a mente la lezione di Catone, maestro di retorica: “Rem tene, verba sequentur” e cioè: se conosci bene la cosa di cui vuoi scrivere, le parole verranno da sole. Competenza, chiarezza, impegno a far bene il lavoro di scrittura, rispettando grammatica e sintassi. Anche solo in una mail o in un sintetico sms.

Ecco la chiave: la difesa della buona lingua. Come mostra Massimo Roscia, scrittore e letterato, in “La strage del congiuntivo”, Exorma. Un vero e proprio “giallo” in cui si indaga sull’assassinio di un assessore alla Cultura e, tra una bizzarria e l’altra, ci si chiede “chi salverà la grammatica?”. È un romanzo immaginifico e ironico, che parte dall’idea secondo cui “a colui che ha cognizione della grammatica non può accadere nulla di male”, si sviluppa con giochi di parole e dialoghi fantastici tra l’io assassino e il suo doppio e si va precipitando, di citazione classica in calembour, verso la fine in cui il narratore si vendica degli oltraggi linguistici con un attentato ma, catturato, viene condannato per “stragge”. E proprio quell’errore, nella sentenza di condanna, insieme a quello nell’uso del congiuntivo da parte del sacerdote della benedizione finale, gli pesa più di ogni pena. Chiede rispetto, la lingua, come simbolo di vitalità. Proprio il buon uso della lingua per leggere, scrivere e rivendicare diritti e libertà, ha un ruolo fondamentale nella lunga stagione, tra Ottocento e Novecento, in cui gli italiani conoscono dolori e speranze delle partenze dai paesi d’origine per cercare in Germania, in Belgio o nelle Americhe migliori condizioni di lavoro e di vita.

Come testimonia Eugenio Salvatore in “Emigrazione e lingua italiana”, Pacini Editore: 240 testi analizzati per forma e contenuto, parole stentate e sgrammaticate, dialetti che si impastano alle lingue nuove imparate a New York o Buenos Aires. Gran parte degli oltre 25 milioni di italiani emigrati tra il 1876 e il 1976 erano analfabeti o quasi. Ma imparare anche soltanto a sillabare e tracciare sulla carta lettere incerte è indispensabile per tenere i contatti con le famiglie lontane. Per raccontare di sé. E accogliere le voci dei parenti e degli amici. Scrivere è memoria. E certificato d’esistenza. La lingua è riscatto sociale.